
Salvatore entra nella stanza barcollando. Si siede al tavolino e fa cenno all’infermiere che lo segue di accomodarsi sull’unica altra sedia. Sospetto che la penuria di sedie sia un modo subdolo per scoraggiare le riunioni di famiglia in ospedale. Salvatore si alza, facendo leva con entrambe le mani sulle ginocchia. Va all’armadietto, lo apre, alza una pila di panni, lavati di fresco, segno della dittatura sanitaria della moglie.
Non conto più le volte che la ho sentita ingiungere a Salvatore, con cipiglio da sergente, di lavare bene le mani, i denti, di passare il fazzoletto sui colli di bottiglia e delle lattine prima di bere, di cambiarsi due volte al giorno le mutande e di sciacquare abbondantemente il relativo contenuto fallico.
Salvatore, infrangendo una delle tante regole della dittatura, appoggia i panni per terra, fruga un poco e poi tira fuori una bottiglia di vino senza etichetta e due bicchieri di vetro. Quindi, torna a sedersi e li riempie.
Con la punta delle dita tozze spinge uno dei bicchieri verso l’infermiere, che non si fa pregare.
‘A salute’, esclama Salvatore, salvo poi scoppiare a ridere per l’ossimoro insisto in quelle parole pronunciate da un malato terminale.
Dopo un paio di giri la bottiglia è finita. Penso che abbia toccato il fondo, ma il mio Rocky si rialza, le ha prese dall’Apollo Creed del vino, è suonato, ma si rialza, Dio se lo fa, torna all’armadietto e pesca un’altra bottiglia.
Se la scola con l’infermiere. Ridono, si danno pacche sulle spalle, farfugliano, cominciano a fare prima gli allenatori della nazionale, poi direttamente i presidenti di camera e senato.
Stranamente, Salvatore non mi chiede se voglio favorire.
L’infermiere non ha la sua tempra, sul fondo della seconda bottiglia si alza, barcolla pericolosamente, poi si tuffa sul letto di Salvatore e rimane con la faccia affondata nel cuscino. Dopo qualche minuto lo giro, ho paura muoia soffocato.
Russa. Io e Salvatore ci guardiamo, ma lui ha qualcosa in mente, non ride, è soddisfatto. Come facesse tutto parte di un piano.
Si avvicina al letto e gli rimbocca le coperte. Poi mi chiede di coprirlo, lui deve fare una cosa importante.
E se ne va.
Guardo fuori dalla finestra e lo vedo andare verso il vialetto di accesso al pronto soccorso, dove un camioncino si è fermato giusto al centro. Salvatore lo raggiunge, confabula col guidatore, in quel mentre arriva un’auto a tutta birra, inchioda e per poco non ci scappa il morto.
Il guidatore dell’auto scende, tira delle grandi manate sul portellone laterale del camioncino, volano urla e minacce, poi il camioncino si sposta
dal vialetto mettendosi con due ruote sulle aiuole circostanti. L’auto prosegue quel poco che le serve per guadagnare l’ingresso del pronto soccorso.
Intanto vedo un infermiere che corre nel corridoio (che sarà per questo che si chiama “corri-doio?”), si avvia verso il vialetto, raggiunge Salvatore, gesticola animatamente, poi torna indietro e lo sento dal fondo del corridoio che sbraita a più riprese: “mo’ basta, e non è possibile, e mo’ basta mò, è sta cosa nun è possibil”.
Inaspettatamente, arriva in stanza il medico, ha anticipato la visita serale. Il piano di Salvatore non era poi così infallibile, a quanto pare. Rimango di sasso. Il dottore guarda l’infermiere che ronfa, si aggiusta gli occhiali sul naso con l’indice, poi reclina lievemente il capo e mi scruta da sopra il bordo delle lenti:
“Va tutto bene?”, chiede, indicando col mento l’infermiere.
“In che senso?”, chiedo con cautela.
Non ho idea di che piega prenderà la discussione. C’è puzza di alcol, non quello per disinfettare, evidentemente, senza contare i bicchieri che ancora recano l’alone marcato del vino scadente che li ha riempiti poco prima. Penso che i vini buoni, come gli amici, difficilmente lasciano macchie.
“Suo fratello, lì, non voglio svegliarlo, tutto bene? Le medicine le prende regolari? Mi dispiace che… lo sa, no?”
“Ah sì, certo, anzi no, una cosa” dico, mentre un sorriso malefico mi si allarga per la vendetta contro Salvatore che ho appena escogitato “dice che va spesso in bagno, se gli può mandare qualcuno che gli dia un’occhiatina alla prostata”.
Il medico si sposta verso il letto di mio padre, che per fortuna dorme pure lui, chiede se c’è qualche parente e io alzo le spalle, poi finalmente va via.
Torno a guardare fuori e rimango a bocca aperta.
Salvatore, con l’aiuto di due energumeni, sta piantando un ulivo nel bel mezzo delle aiuole dell’ospedale. Intorno due vigilantes gesticolano, arriva un esercito di infermieri e receptionist, ma non c’è verso. L’ulivo viene piantato. Il camioncino riparte, Salvatore torna in stanza.
“E’ la mia vendemmia contr’ a mort”, mi spiega spiccio.
Sospetto volesse dire vendetta, anche se pure vendemmia ci sta bene.
Ha piantato un albero per fottere la morte. Per allungare l’ombra dei suoi rami sul sole che non vedrà mai sorgere. Il sogno segreto e non sempre confessato di ogni scrittore, scultore, artista o forse semplicemente di ogni essere umano: riuscire a compiere azioni che travalichino i confini della notte.
Al risveglio del bel addormentato nel letto di un paziente, faccio notare all’infermiere che gli ho salvato il posto di lavoro. Mi ringrazia senza convinzione, poi parlotta con Salvatore e ride, si danno pacche sulla schiena a vicenda, poi quest’ultimo, con un pugno piantato nel fianco, mostra all’infermiere l’ulivo oltre la finestra. L’infermiere prima si mette le mani in testa, poi gli dice che è un grande e torna a ridere e a fornire suggerimenti – del tutto non sollecitati – al G7, in merito alla gestione della guerra in Ucraina e di quella in Palestina.
Fuori è un via vai di persone che, incredule, discutono gesticolando ampiamente, sembra una gara di linguaggio dei segni, probabilmente stanno cercando di capire come rimuoverlo. Deve essere un ulivo secolare, è enorme.
Finita l’ora delle visite, abbraccio per l’ultima volta Salvatore. Lo guardo negli occhi, mentre con un braccio ancora gli cingo le spalle, mi si riempiono gli occhi di lacrime e non riesco a far altro che scuotere la testa. Lui alza le spalle, come a dire “pazienza”.
Da quel giorno non l’ho più visto se non sotto forma di albero.
Tra marzo e aprile quell’ulivo, come tutti gli ulivi, si riempie di fiori bianchi. Mi piace pensare che è Salvatore che sta sorridendo, lassù. E ancora oggi, pur essendo trascorsi diversi anni dagli eventi che ho appena riassunto, ogni volta che vedo un albero che non c’entra nulla con il contesto in cui è inserito, non posso fare a meno di pensare che, magari, nell’incavo di quell’albero, nascosto come un seme, c’è la storia di un altro Salvatore Frattaglia.
Una storia piccola, una storia da niente, che se ne sta lì in silenzio, aspettando solo di essere piantata nel cuore di un lettore.







