
Acqua nella mia terra, fiore calpestato di campo, non è tardi per pensarti. La strada stretta tutta curve, tu che rispondi, è tardi, è festa, devo andare a cena e tu sei sola, ed io vorrei solo essere con te. Ti leggo dei miei sogni, dei cimiteri, dei vivi che si consumano al lume del rancore, scrittori dimenticati che tentano un ultimo disperato atto d’esistenza.
Curva dopo curva, cambio rapporto alla bici, la corona comanda, come sempre nei regni dei regni, la catena rende schiavi ma è anche il mezzo per il moto, due forze applicate in equilibrio nella stessa direzione danno uno solo movimento, una ancora è la ruota motrice, una è trascinata, eppure viaggiano alla stessa velocità e sono entrambe essenziali, come la catena che sì, sì, rende schiavi, ma senza si pedala a vuoto. Scendo per una micidiale salita (questione di punti di vista e direzioni, dire se non sia discesa), naufrago tra le onde di queste curve, gli alberi occhieggiano e ondeggiano e soffiano vento tra i rami, non ho niente da dirti, vorrei solo tenerti, ancora un minuto ma tutto è spento. Le pietre nel petto, quelle che mi hai tirato, le pietre col tacco, le tolgo una ad una e non sento dolore, neppure rancore per tutto quel fiato sprecato. Vorrei correre veloce, più del vento più del tempo, tornare indietro, ricominciare da zero, incontrarti ancora, con i tuoi occhi grandi, i tuoi libri stanchi, vorrei accarezzarti dopo i tuoi traumi, vorrei tenerti senza peccato, vorrei tenerti tra queste braccia grandi, stringere senza strapazzarti, sentire il tuo respiro aritmico che si fa regolare, annusare i tuoi capelli e dirti che mi dispiace.
Ma tu sei oltre l’orizzonte degli eventi, non vedi nulla se guardi me, sono un buco nero che ha assorbito tutto e nulla lascia sfuggire.
Solo un ago di luce, un sottilissimo ago di luce che sfugge ai bordi del nulla.
Mi manchi. E questo è tutto quello che ho da dire.