Vibra come corda, quest’anima sorda alle convenzioni. Trema d’illusioni, di sogni, di paure e delusioni, vibra e l’aria si sposta per lasciarla passare, dando vita a suoni interiori, un concerto perenne senza direttore, senza orchestranti, solo strumenti su strumenti.
Rimpicciolisce, quest’anima sfuggente, quando pensa all’eterno, alle glaciazioni, al futuro del sole, dei pianeti, alle dimensioni incomprensibili di un Universo di cui facciamo parte tutti quanti, come dita di una stessa mano. Si sente prigioniera di questo corpo, di questi occhi, di questa vita così rara, così preziosa, sacra.
Mi fermo accanto a un palazzo in costruzione. Così simile al cantiere di una demolizione, mi vien da chiedere quale sia la vera differenza, tra ciò che sta crollando e ciò che si sta costruendo.
Sono sempre blocchi di cemento, ferro e vetro e gesso. E caos.
Quando sei in costruzione non sai cosa ti aspetta. Non sai bene che facciata avrà quel palazzo, chi vi abiterà, quanto verde ci sarà intorno. Tutto è ancora possibile e, se sforzi l’immaginazione, puoi completare la costruzione in accordo con i tuoi desideri. La differenza, in fondo, sta tutta nella luce che li illumina, quei palazzi. Quando sono in costruzione, la luce che bagna i loro muri spogli è quella della speranza.
Non così quando stai demolendo. Tutto è già stato visto. Tutto è definito e non può cambiare se non peggiorando. La luce è quella del tramonto ai primi di settembre, sferzata da folate di malinconia e rimpianto e disillusione.
Ci sono sentimenti dentro me che sembrano palazzi.