Avevo un vaso. Ci tenevo tanto. Era quello preferito da mia madre. Ci teneva i fiori in primavera e d’estate, le monetine e qualche bolletta d’inverno. Lo spolverava, lo riponeva come una sacra reliquia sulla sua mensola di legno in cucina e ogni giorno lo guardava con orgoglio. Era l’unico oggetto prezioso che avesse mai posseduto, e anche l’unico oggetto che le ricordava suo padre. Il giorno che lo comprarono, ripeteva sempre, mio nonno era ubriaco perso. Non avrebbe, altrimenti, mai speso quella follia. Per dare la cifra di quanto mia madre tenesse a quel vaso, basti pensare che durante il terremoto dell’80 (dalle mie parti semplicemente conosciuto come “IL terremoto”), mia madre afferrò quel vaso e lo portò in salvo, prima che la nostra casa crollasse. Non so a quanti traslochi è sopravvissuto, ogni volta mia madre lo imballava personalmente e con tanta di quella imbottitura che avrebbe potuto esplodergli una granata a due centimetri senza scalfirlo. Venuta a mancare mia madre, è passato a me, e ha passato indenne ancora una serie nutrita di traslochi, un principio di incendio, un’orda di nipotini starnazzanti che volevano usarlo a mo’ di cesto da basket.
L’altro giorno lo stavo spolverando, sorridendo al pensiero di quanta strada avesse fatto quel vaso. Mi è caduto dalle mani. Sono stati i secondi più lunghi della mia vita, mentre cercavo di afferrarlo, con una mano ci sono riuscito, ma ero sbilanciato e ha continuato la sua folle corsa, ho messo l’altra mano sotto, un altro tocco, il cuore s’è fermato, poi lo schianto, è andato in mille frantumi. S’è rotto in un modo difficile da spiegare, ed è stata solo colpa mia.
Ho raccolto i cocci tra le lacrime e nella confusione più totale. Sono andato di corsa al negozio che da pochi giorni ha riaperto vicino casa mia. Un negozio di quelli con il parquet di legno, la boiserie, i quadretti alle pareti e due anziani padroni con più di una spruzzata di neve sulla chioma e occhiali di spessore notevole.
“Vi prego, ditemi che potete riparare questo vaso”.
“Non si può, mi dispiace”, ha gelato le mie aspettative il marito, degnando appena di uno sguardo la scatola coi cocci che gli stavo mostrando in preda all’ansia. Nel negozio c’erano vasi, presepi, porcellane, bicchieri, alzatine, ogni tipo d’oggetto fragile che si possa immaginare, aveva riaperto ma non aveva cambiato per nulla il tipo di oggetti in vetrina. Non c’erano prezzi, come sempre, ma stavolta mi accorsi di qualcosa che, passando da fuori e guardando distrattamente oltre la vetrina, non m’ero mai reso conto: tutti gli oggetti erano stati riparati, si notavano ancora le crepe e le forme a volte sgraziate, le curve interrotte laddove la ricostruzione non aveva potuto sostituire sottilissimi strati mancanti di materia, in alcuni casi erano evidenti persino le tracce di colla. La cosa bizzarra era che ogni oggetto era utilizzato in modo improprio. Nei bicchieri c’era la terra, i vasi erano appendi-abiti, i presepi usati come fermaporte, le alzatine come cola-piatti.
“Quanto costa questo?” chiesi indicando un vaso che somigliava vagamente a quello di mia madre. Aveva un manico e sospetto fosse destinato a essere usato come borsa della spesa.
“Non c’è nulla in vendita, qui”.
“Allora che ci state a fare?”
“Mostriamo la seconda vita degli oggetti riparati. Siamo solo in esposizione. In esposizione temporanea. Come un poco tutti, credo”, rispose la moglie con voce dolce e calda, quasi un sussurro.
“E non conoscete qualcuno che possa riparare il mio vaso?”
“No, nessuno può. Solo tu. Ma ora non puoi”.
“Perché no?”
“Perché non hai ancora accettato che il vaso, nella forma che aveva prima che tu lo rompessi, non c’è più”.
“Come fate a sapere che l’ho rotto io?”
“Devi accettare che non esiste più” rispose il vecchio senza rispondere.
“Ma questo non vuol dire che sia finito. Quando avrai compreso ed accettato che è solo cambiato, solo allora potrai ripararlo. E non importa tanto che tu lo porti qui per l’esposizione. La gente da fuori guarda solo il risultato, che a volte è discutibile, ignorando quello che c’è dietro un vaso incollato. Quello che ha spinto qualcuno a raccogliere i cocci, tagliandosi pure le mani, e incollandoli come poteva, sapendo che mai sarebbe stato com’era prima.
Non è la colla che ripara un vaso rotto. Ma la voglia che ancora hai di usare quel vaso, anche se accetti che non sarà più un vaso integro. Quella è la sua vera seconda vita. Ecco perché puoi dargliela solo tu. E alla fine è solo questo che conta, non credi?”