Ore 07.30
Dormo, quindi non ho nulla da raccontare.
Ma sono sicuro che se fossi stato sveglio, poi avrei potuto dire:
Fuori piove.
Ore 7.50
Mi giro nel letto.
Almeno credo, visto che più tardi troverò il telecomando infilato nelle mie mutande ma sono piuttostamente sicuro che quando mi ero messo a letto non era lì.
Fuori piove.
Ore 08.10.
Pure dentro.
Piove, intendo.
Maledetta sig.ra Mangiagalli, fa le lavatrici di notte e non si decide a porre rimedio alla perdita.
Quando più tardi mi sveglio, chiamo il rag. Bertuccia (amministratore di condominio) e gliene canto di cotte e di sashimi, penso nel sonno. Almeno credo, non ne sono sicuro. Heisenberg ha sbolognato l’indecisione a parametro tecnico-scientifico. Beccati questa.
Dopo aver pensato nel sonno il pensiero di cui sopra, mi sveglio con gli occhi chiusi.
Sento il pliiick-plick pliiiick-plick delle gocce, tasto il letto e conto ottantadue pezzi di calce caduti dal soffitto.
Decido che è troppo presto per affrontare la fredda realtà di una domenica piovosa.
Mi addormento sulle note del rumore tipico di pneumatici che si trascinano sull’asfalto bagnato, quella sorta di “scccccccc” che scende di volume man mano che l’auto si allontana.
Fuori piove.
Ore 08.40
Cerco di sollevare, con gran fatica, una palpebra per guardare fuori dalla finestra, combattendo contro la forza di gravità che me la tira giù, nonché la forza di viscosità delle secrezioni oculari notturne che me la tiene a mezz’asta.
Dentro ha smesso di piovere.
Non ho bisogno di fare sollevamento palpebre per capirlo: la perdita è giusto sopra la tastiera del letto, e ricontando i pezzi di calce, il loro numero è fisso a 82.
Tutto sommato, la giornata si mette bene.
Tra le nebbie del sonno e delle secrezioni oculari, osservo fuori una pozzanghera punteggiata di gocce cadenti (anzi cadute).
Credo che dormirò ancora un po’, anche perché dalla pozzanghera deduco che:
fuori piove.
Ore 10.40
Mi risveglio come Lazzaro da sonno mortifero.
Il mio orologio biologico è impostato su fuso orario sconosciuto, segna l’alba mentre la radiosveglia segna le 10.40.
Decido di dar ragione all’orologio bionico e mi riaddormento.
Non prima di aver buttato un occhio fuori dalla finestra.
Stessa pozzanghera, stessa punteggiatura.
Gocce di pioggia scendono lungo il vetro della finestra, alcune restano a galleggiare a mezza strada e si decidono a scendere solo quando sono colpite da nuove gocce in discesa, o quando gli gira così per la testa. Vorrei capire se esiste una formula in fisica capace di descrivere anche solo il percorso della pioggia su dieci centimetri di vetro. Ma ne dubito.
Osservo per qualche nanosecondo l’insolita trama di tappeto a maglie larghe disegnata sul vetro.
Mi riaddormento.
Fuori piove.
Ore 11.01
Il telefono squilla, anzi vibra.
Mia madre che fa “Mica stavi dormendo?”
“Potevi chiedertelo PRIMA di chiamare”
“Ma è quasi mezzogiorno”
“Sono le undici, non è quasi mezzogiorno. Con il tuo criterio Pasqua è quasi estate…”
“Ho capito, il cervello dell’utente che ho chiamato non è al momento disponibile”.
E riattacca.
E mi riaddormento col telefono ancora incollato all’orecchio.
Ore 12.50
Fuori piove.
Ore 14.50
Fuori piove.
Ore 15.40
Fuori si aggira un tizio dalla barba incolta, vestito di una sola tunica fermata a mezzo busto da una cinta di budella di leocorno (e qui si capisce perché non si vedono i due leocorni).
Sta armeggiando con chiodi e lunghe assi di legno.
Si accorge che lo osservo, e mi fa cenno di andare a dargli una mano.
Gli faccio cenno “più tardi”, roteando l’indice, e “ora ho sonno”, unendo le mani a mo’ di preghiera e infilandomele sotto la guancia destra inclinata a destra.
Fuori piove.
Ore 18.00
Chi è che diceva “non può piovere per sempre” evidentemente non ha mai visitato il Nord Italia.
O la mia anima tempestosa, se è per questo. O quello.