Tempo fa (i droni di amazon e le auto a guida autonoma di Tesla esistevano solo nei sogni o negli incubi di qualcuno) con grande fanfara, fu annunciato l’avvio della costruzione di un acqua-park in un paesino sperduto nella campagna, a pochi minuti d’auto da casa mia. All’epoca ce la passavamo malaccio e un ingresso nel futuro acqua-park era il più proibito dei miei sogni. Andavo ogni settimana a controllare l’andamento dei lavori. Osservavo gli operai scavare lunghi solchi nel terreno per posizionarci dei tubi enormi, posizionare griglie di ferro su cui colavano cemento liquido dove credo ancora oggi ci siano le mie impronte, tagliare pezzi di ferro con il flex scatenando tempeste di scintille, saldare tubolari, rimuovere pietre e fissare telai di porte e finestre, le cabine, i bagni. Il cantiere era bagnato dalla luce del pomeriggio e scintillava, sembrava sorridermi con denti d’oro e d’argento, ogni chiodo era un diamante, ogni goccia d’acqua una stella pulsante di misteri profondi. Su quei mattoni appena posati, il mastice tra le fughe ancora fresco, i raggi impolverati del sole danzavano e scrivevano storie criptate. Tutto trasudava radioso futuro.
Il giorno dell’inaugurazione, sentii mio padre, tra le scariche elettrostatiche di una telefonata intercontinentale, promettermi solennemente che al suo rientro mi avrebbe portato all’acqua-park. Mandai un bacio ai tralicci della corrente elettrica, convinto (a torto, ma tant’è) che fossero quelli i benedetti fili del telefono che avevano trasportato la voce di mio padre fino a me, con la sua promessa baritona. Se chiudevo gli occhi potevo sentire l’odore di tabacco e Peroni, vedere la sua bianca canottiera slabbrata, i peli sulle sue gambe storte.
Non sono mai andato all’acqua-park, fallito dopo pochi anni. Ci sono tornato quando tutto era in rovina. Fisicamente, non era molto diverso dal cantiere in costruzione. Però, non c’era più alcuna promessa scritta sui muri, la direzione del luogo era invertita, i ciuffi d’erba incontrollati, i rifiuti impolverati, i cocci di vetri e le recinzioni divelte puntavano dritto al degrado. La luce del luogo era cambiata.
Non c’era più la luce del domani. Quello scintillio che vedi negli occhi dei bambini. E di quei grandi che in punto di morte, per dirla con Vecchioni, piantano un ulivo convinti ancora di vederlo fiorire.
Ho ancora una cosa da dire a quel ragazzo che sognava di entrare nel parco.
Sogna, ragazzo, sogna.