
La cucina di Zia Tina ha mattonelle composte da scarti di marmo multicolore, il lavello di porcellana staccato dalla mobilia, i fuochi alimentati da una bombola di gas, il balconcino che affaccia su un melograno.
Zio Peppe entra con la sua pelliccia pacchiana, troppo grande di almeno tre taglie.
Zia Tina (tutti zii li chiamo, i vicini, ma non sono parenti), somiglia in tutto a una gallina: stessa pappagorgia, capigliatura, acuto di voce, stazza. Ha un occhio di vetro. Quello vero glielo ha cavato suo fratello durante l’infanzia.
Si siede tenendo con entrambe le mani il suo barattolo di latta (Kimbo) pieno di cento e duecento lire. Io impazzisco per capire qual è l’occhio buono in cui devo guardare.
“Oi Pè, fa’ ampress, che a mezzanott’ ‘nce sta a mess”, dice mentre il suo occhio non-buono sembra fissarmi e a me si gela il sangue nelle vene.
“Mammà mo’ song’ arrivat’ e tu già accuminc’ a cacà ‘o cazz”.
“Neh curnut, è chest’ o modo e te rivolgere a mammet?” e giù uno sganassone che oggi scatenerebbe una denuncia penale. Zio Gaetano, marito di Zia Tina, è un uomo tutto d’un pezzo, anche se gli manca una mano. Dice gli è partito un colpo durante una battuta di caccia, ma c’è chi dice che era un inseguimento di polizia. Ha animali imbalsamati e le ossa che spuntano sotto la tesa pelle olivastra.
Mia madre mi siede vicino. Non mi accarezza mai, è una donna troppo concreta, così io cerco il suo contatto come posso, mettendo la mia coscia accanto alla sua, stringendo il suo braccio nelle mie manine, appoggiando la testa sul suo collo.
La moglie di zio Peppe sta di spalle, pulisce montagne di piatti per tutti. Sorride al muro di fronte, suo marito le ha promesso la prima vacanza estiva da quando si sono sposati, vent’anni prima. Pare abbia trovato un lavoro, ma la verità è che ha trovato un’amante. Tiene i risparmi in mano a mia madre. Il giorno che è morta, zio Peppe s’è presentato a casa nostra a reclamare quei soldi. In ciabatte. I dettagli stonati non te li scordi più.
Zio Tonino ha la barba e la panza di babbo natale e il vocione di Cannavacciuolo. Fuma i sigari scatenando le proteste di tutti per la puzza. Guida le Harley e va a tutti i raduni. Uno dei pochi che ha fatto soldi. I regali più costosi sono sempre i suoi. Mi fa ridere. Quando sprofonda nella poltrona sfasciata, è uno spettacolo vederlo arrancare per rialzarsi, ore e bicchieri di vino dopo il nostro giro di “piatto” (vecchio gioco di carte temo piuttosto in disuso).
“Neh, facimm doj mila lire la puntata?” esclama, facendo vibrare il pavimento, mentre chiude un occhio per via del fumo del sigaro.
“Ma che r’è, sì asciut’ pazzo tutt’a na botta? Dojmila lire a puntata! Ducient lire, vuliv dicere”, lo rimbrotta zia Tina, tirchia come una cavalletta.
“Che pezzenteria” esclama suo figlio, zio Peppe, mentre mette due bucce d’arancia sulla parte superiore della stufa a legna. Lo sfrigolio preannuncia l’espandersi di quell’aroma che per me significa ancora “casa”.
Zio Tutuccio (non ho mai capito di quale nome Tutuccio fosse diminutivo, forse Antonio?), l’unico giudice strabico che abbia mai conosciuto, sempre in abito e cravatta, tuona:
“Ordine, ordine!”. Lo chiamiamo giudice, ma non lo è mica mai stato, solo mezza volta ha fatto il giudice di pace che è tutt’altra cosa. Dopo aver approcciato sessualmente l’avvocatessa di una delle parti, non l’hanno più chiamato.
Il buio scende dal cielo, inonda le strade della campagna in cui siamo immersi, la lampadina appesa a un filo che pende dal soffitto è il nostro flebile legame con la civiltà. Siamo un’isola di luce in un mare di nero. Le nostre voci si perdono tra gli alberi, svegliando i passerotti che erano già andati a dormire infreddoliti, qui c’è chi perde, chi vince, chi punta, chi racconta una barzelletta, chi batte i pugni sul tavolo facendo sobbalzare le monetine. La vita li porterà tutti su strade lontane, alcune interrotte.
Ma quando stavamo tutti quanti in quella cucina, io mi sentivo nel cuore del mondo.
E anche se tutti, all’epoca, mi sembrano incarogniti, ingrugniti, agguerriti, pronti a darsi battaglia l’un altro aspramente, oggi so che c’era un solo motivo per cui si ritrovavano, anno dopo anno, in quella cucina. E non era Natale, né i regali, né la smania di giocare a carte.
Tra di noi, in fondo, c’era del vero amore.