La stradina è bella, curva a destra e a sinistra e scende verso il mare. Ci sono tanti negozietti, le bancarelle lungo i marciapiedi larghi, ogni tanto un parco piccino con i giochi per bambini, le altalene, vasi su vasi ricolmi di fiori rigogliosi. Profumo denso nell’aria, un giorno luminoso d’agosto e noi che passeggiamo spensierati. La strada scende ancora, entriamo in quel bazar dove vendono di tutto, dalle creme solari alle statuine, tu mi chiedi se in aereo si può portare il liquore. Poi entriamo in quella chiesa in ristrutturazione, che peccato, avremmo voluto vedere i suoi splendidi affreschi ma le impalcature impolverate non ce lo consentono. I raggi del sole riescono a fatica a oltrepassare i vetri istoriati, creando impasti densi di colori a terra mentre costellazioni di granelli di polvere eseguono danze gravitazionali. Il pavimento a mosaico è maestoso e si respira solennità in ogni anfratto.
Ci sediamo sulle panche di legno, ti tengo la mano ossuta.
Il sole sta tramontando, la voce delle onde giunge fino a noi, ormai la strada è quasi finita, si avvicina la costa, gli scogli, l’orizzonte che ci porta altrove.
Cerco di capire perché proprio negli ultimi passi tu ti sia chiusa in un ostinato silenzio. Non mi viene in mente nessun’altra spiegazione tranne il titolo di quel libro di Behrendt e Tuccillo da cui hanno tratto il film.
“La verità è che non gli piaci abbastanza”.
Credo sia la spiegazione di almeno il 99% dei comportamenti che non riusciamo ad accettare e razionalizzare.
Ma ogni tanto è bello tornare per le strade percorse insieme, nella mia memoria, darti la mano ancora cento passi e passeggiare.