Lo sapevo. Come ogni anno, a Pasqua, il vento ritorna, come i ricordi. Spira forte, scuote gli alberi, chiude finestre e porte con fragore per punire le dimenticanze e ricordarci l’impermanenza imperante. Il cielo è di un nitore alieno, squarciato com’è da veri e propri laser di sole. Il giorno della resurrezione. Se tu risorgessi… mi viene da immaginare la scena. Cominceresti col chiedermi se sto mangiando. E quando faccio il prossimo esame. Al che io ti direi che mi sono laureato in tempo, proprio come volevi. Lancio uno sguardo alle alture che circondano Toledo. L’aria ha il colore della polvere e del fango giovane. Il fiume cinge i fianchi della cittadella medievale e sussurra ai suoi ciottoli. In un punto sono visibili le rovine di tre costruzioni che qualcuno ha realizzato proprio nel mezzo del letto del fiume, sfidando la natura e perdendo miseramente. Costruire nel mezzo della corrente, sembra quasi una rappresentazione simbolica di tutta la nostra, piccola vita. Che fiume in piena, il tempo.
L’aria è immobile, i suoni ovattati, il rintocco delle campane mi ricorda casa. La cattedrale si erge alle mie spalle, ne scorgo una guglia aguzza riflessa in un vetro, le statue che s’arrampicano lungo archi perfetti. Penso a quanto sudore c’è dietro questa costruzione. Non c’erano trapani elettrici né tantomeno camion per trasportare tutte quelle pietre e quel marmo. Tutto è stato realizzato a mani nude. Non riesco a crederci, non riesco a immaginare come sia stato il cantiere, quanto tempo sia rimasto aperto. Guardo quelle rovine in mezzo al fiume, l’acqua che vi passa tranquillamente attraverso. Le persone parlano sottovoce, quasi avessero paura di spezzare l’incantesimo che avvolge la città. Le alture nei dintorni hanno il sapore delle imprese di Don Chisciotte, in lontananza si vedono davvero i mulini a vento, hanno spade rotanti, sono pale eoliche che finalmente raccolgono l’energia dalle braccia possenti e instancabili del vento. A dire il vero lo facevano anche mille anni fa i mulini a vento.
Il sole scende le scale verso l’orizzonte, prima di spegnersi sfreccia tra le nuvole e illumina il contorno dei tuoi capelli. Ho un’armatura che ho costruito negli anni, contro le lance acuminate della vita (e della morte). Solo che con te è inutile. Tu sei dentro quell’armatura. Sei qui, dentro con me. Guardiamo insieme questo vento che passa. Non lascia quasi traccia. Non lo vedi, non lo tocchi. Ma quando c’è lo sai.
Io lo so. Io lo so.