Tempo fa ho ripescato un trolley da sopra l’armadio.
L’ho appoggiato, aperto, sul letto.
Ci ho infilato dentro tre mutande, due paia di calzini non bucati, due polo, due jeans e ventuno anni di dolori, rancori e sensi di colpa.
Ho preso un taxi per l’aeroporto.
Sono atterrato a El Alto.
Ho preso un altro taxi.
Dopo 100km ho deciso che era meglio il trasporto locale.
E così sono finito nel retro di un camion, in piedi con altri passeggeri in un cassone dalle sponde alte. Con le ossa scomposte sono arrivato a Cobija, nel nord della Bolivia.
Due km di strada sterrata, che costeggiava un aeroporto locale di cui ignoravo l’esistenza, mi separavano da quei 21 anni d’assenza.
Dopo un km ho avvistato una costruzione di mattoni rossi, con un tetto di lamiera e un tavolo di legno che giaceva nella sua strana ombra. Era bollente, come se fosse stata contaminata dal caldo irraggiato dal metallo.
Mi sono seduto con tre anziani e ho bevuto una birra, cercando di capire cosa stessero dicendo, ma senza grandi risultati. Uno di loro aveva occhi azzurri che profumavano di una vita profonda come il mare. Le rughe erano così profonde che neppure il sole della Bolivia c’era riuscito ad arrivare. Sulla punta del mento aveva una radissima barba di neve. Mi ha sorriso senza denti ed è stato uno dei più bei sorrisi che abbia mai visto. La potenza magnetica dell’inconsapevolezza verbale. Quando togli le parole e lasci solo gesti a comunicare, strane alchimie s’avverano.
Ad ogni modo tutta la mia attenzione verso quegli sconosciuti era solo un maldestro tentativo di mettere qualche altro minuto in cima a quei lunghi anni.
Ho proseguito fino al vialetto di accesso (vialetto è un gran nome per un sentiero di terra polverosa) di una capanna di legno e calce.
Nel giardino antistante la capanna (uno spazio di erbacce e terra arsa che chiamare giardino forse è sacrilego), giocavano due ragazzi, uno di 5 e l’altro di 18 anni.
Ho arruffato i capelli neri del piccolo, il quale mi ha risposto con un calcio sulla caviglia.
Entrambi avevano gli occhi del mio stesso taglio e colore.
Ho sentito una mano invisibile strizzarmi lo stomaco come una spugna.
Sono rimasto fermo per non so quanto tempo, a fissare quegli occhi curiosi.
Finché è uscito un uomo.
Ho stentato a riconoscerlo.
Anche lui gli stessi occhi dei ragazzini.
Ha detto solo “aaah” e mi ha fissato.
Ho visto quel paio d’occhi ringiovanire, le rughe scomparire, le venuzze attenuarsi, fino a diventare un paio d’occhi di 21 anni fa.
Il mondo ha cominciato a ruotare vorticosamente intorno a noi due.
Poi lui mi ha messo un braccio sulle spalle e ha fermato la giostra.
Mi sono scrollato di dosso quel braccio e le prime briciole di rancore che scoppiettavano come mais sotto la mia pelle e l’ho seguito dentro.
Siamo entrati in una stanza dal pavimento in legno e dalle pareti bianche di calce, spoglie salvo che per qualche quadretto all’uncinetto.
Lui è sprofondato su un divano di pelle marrone sbiadita, in cui in più punti era visibile l’imbottitura e la punta di qualche molla d’acciaio. Mi sono chiesto cosa avessimo di così sbagliato da fargli preferire questo postaccio a casa nostra.
Ho aperto il trolley e gli ho lanciato in grembo il mio diploma di superiori.
Poi la pergamena.
La prima lettera di assunzione.
Gli ho scaraventato addosso tutti quei simulacri di vita, quei ricettacoli infilati nelle pieghe del tempo per saldare il passato al futuro ed impedire al buio di inghiottire il presente.
Lui ha applaudito.
Quel battito di mani mi ha fatto piombare addosso uno ad uno questi 21 anni.
21 colpi al cuore
21 tonnellate di rancore in ebollizione
21 candeline spente
21 dodici mesi
21 giri intorno ad un sole spento, in uno spazio infinito di altre stelle silenti e lontane, mosso solo da un’oscura forza gravitazionale
Ho urlato, ho urlato tanto, non so bene cosa.
Le corde vocali erano tese e sembravano volermi bucare la pelle del collo.
Le vene sulla mia fronte hanno cominciato a pulsare e gonfiarsi.
Respiravo a fatica, sollevando e abbassando il petto.
L’aria che mi entrava nei polmoni bruciava.
Gli ho strappato i fogli di mano, ho rovesciato un tavolo, scaraventato una sedia lontano con un calcio, sferrato un pugno in una squallida vetrinetta ferendomi le nocche.
Mi sono graffiato la faccia, battuto i pugni su sulle gambe, non un solo briciolo di razionalità mi era rimasto.
Lui ha portato le mani al volto, in silenzio.
Vedevo le sue lacrime attraverso le mie, gocciolare lungo i polsi giù verso gli avambracci, incanalate probabilmente lungo la linea della vita nei sui palmi a me invisibili.
Poi all’improvviso quei 21 anni si sono volatilizzati, sgorgando dalla mia pelle come veleno da una ferita di serpente.
La nebbia che poco prima offuscava i miei pensieri si è diradata, irraggiata da un sole occiduo nascosto da 21 anni dentro me, sull’orlo di un’alba nascosta da 7664 notti.
E ho finalmente capito cosa ero venuto a fare qui.
Non ero venuto a portarle quei ricettacoli di carta.
Gli ho scostato le mani dal volto, e gli ho dato un bacio in fronte.
Ero venuto solo a portarti questo, papà. Il mio perdono.
E sono tornato, finalmente, a casa.