La terra dura, gialla di polvere marcita tra le spire tiranniche del tempo, l’erba ridotta allo scheletro di se stessa ha l’aspetto di fili sparuti di paglia, il sole è un occhio maligno che apre crepe nel terreno e fiacca l’animo. Non ci sono artefatti umani più alti di tre metri nel raggio di mille miglia intorno, tutto è impermanente, di una precarietà tale che sembra un teatro messo su da Dio per rappresentare plasticamente la caducità di ogni cosa: le lamiere e le foglie di palma come tetti, le palizzate inclinate come file di denti storti, case ricavate da rottami d’auto, capanne di fango. Io ho scarpe bianche, non le posso dimenticare nonostante i colpi degli anni abbiano distrutto la stragrande maggioranza di quei lontani ricordi. E le mani di mio padre, pelose come le zanne di un lupo, forti e tozze. Mi tengono mentre le onde dell’Oceano sbaragliano le mie gambe incerte, la spuma romba tutto intorno, la spiaggia è sorvegliata da militari con le armi. Mia madre ha finito un’altra volta tutto il pane che ha comprato, non ha cuore di dire di no a nessuno. Nonostante i militari scaccino via i ragazzini a sassate, riescono sempre a trovare il modo di allungare la mano e dire due parole dure e amare: “bread, madame”.
In generale, come ha detto Troisi, un uomo e una donna sono le persone meno adatte a sposarsi. Ma in questo sotto-insieme dell’umanità, non esiste nessun altro elemento che sia mai stato meno adatto a sposarsi di mia madre e mio padre. Non c’era nulla che li accomunasse. E nulla di tutto ciò che in mia madre era straordinario, ha mai trovato un briciolo di approvazione in lui; la maggior parte delle sue qualità eccezionali, al contrario, gli provocava irritazione, sospetto anche invidia. Lei, all’opposto, ha sempre riconosciuto e sottolineato i pochi tratti eccezionali di lui (sul lavoro era semplicemente un fottuto genio), sorvolando su tutte le sue tare, i suoi vizi, le sue azioni sconsiderate. L’ha sempre difeso quando noi figli, crescendo, abbiamo iniziato a criticarlo aspramente. Mia madre ha pianificato la sua vita e quella dei figli, e ha mantenuto i piani nonostante tutto intorno a lei sia crollato, dal sostegno dei suoi genitori, a quello del marito. Ci ha fatto studiare, ci ha insegnato tutto, ha tirato avanti la carretta senza lui, senza lamentarsi, è riuscita a ripagare i suoi debiti e a mettere pure da parte e quando ha imboccato il viale del tramonto, le è avanzato di che sostenere anche lui, che nel frattempo aveva scialacquato tutti i suoi soldi, senza preoccuparsi di nulla. Mia madre ha avuto la forza sovrumana di sorridermi ogni volta che la guardavo, mentre attraversava avanti e indietro le porte dell’inferno ogni fottuto giorno.
Le pratiche per la pensione di mio padre sono state una delle sue ultime lotte, non facile averla quando hai vissuto tutta la tua vita all’estero e non hai versato una lira per la tua previdenza. Lui non avrebbe saputo manco a quale sportello rivolgersi.
Non ho la minima stima di mio padre, eppure non posso illudermi di non aver nulla di suo. Il suo sangue scorre nelle mie vene, i suoi geni sono i miei geni. Neppure le onde di quell’Oceano potrebbero lavarlo via.
Mi chiedo chi sono. Penso al bambino che ero e che, nonostante tutto, amava suo padre e trovava conforto in quelle mani forti, gli toglieva la valigia di mano, gli portava le pantofole e cercava di ottenere le sue attenzioni in ogni modo. Sono anche quel bambino.
La vita.
Che gran casino.