Marina è una ragazza robusta, semplice e buona come un albero. Ha un grande amore ma è segreto. Lui ha dieci anni di meno ed è l’opposto: mingherlino, complicato e cattivo come un serpente calpestato. Rientra spesso ubriaco dalle sue partite di poker e dorme a casa mia, per timore di sua madre, una matrona tutta “bastone e carota”, in una variante di sua invenzione senza carota.
Marina rimane incinta. Il suo sguardo stupito davanti al test positivo è una radiografia della sua anima innocente. La madre del rampollo non può sopportare l’onta di tale scandalo, per cui i due convolano a nozze.
I tradimenti arrivano insieme alle botte. I nostri sguardi di vicini si caricano di compassione ma restano muti. Le parole se l’è portate via il vento. Inutile tormentarla con consigli che raggiungono il suo cervello ma mai il suo cuore.
Marina è meno fortunata di noi. Fa le pulizie dove può. Anche a casa nostra, senza però che mia madre possa pagarla. “Che c’entra, tra amici”.
Un giorno la vedo arrivare raggiante: il serpente ha firmato un contratto d’affitto. Una nuova casa. Ci guarda con un sorriso beffardo, come a dire “visto, che vi sbagliavate su di lui?”
La loro station wagon è stracarica di scatoloni, ma più che altro vestiti e suppellettili. Nessun mobile.
Se chiudo gli occhi sento ancora il pietrisco sotto le sue scarpe scricchiolare come mai aveva fatto prima, nonostante tutto questo sia accaduto anni fa.
Mi abbraccia così forte da farmi male. La sua mano si sporge dal finestrino e continua a salutare finché l’auto diventa una macchia indistinta nel paesaggio.
Il serpente torna dopo due giorni con una donna.
Aveva affittato una casa per sbarazzarsi di Marina. Che piange senza rabbia. Piange il suo amore che dorme con un’altra. Piange perché non ha i soldi per pagare l’affitto. Torna nella casa che era stata la sua per sistemarla ogni settimana, di nascosto, non vuole sua figlia debba andare a trovare suo padre in una porcilaia (la nuova compagna, come il serpente, non ama le pulizie).
“Ero la signora di questa casa, ora ci torno da sguattera”, mi dice con semplicità, in dialetto, senza rabbia, solo con un dolore da spaccare il cuore alle pietre. Poi mi molla un ceffone sulla schiena e ride. Il suo volto sembrava un panetto impastato direttamente dalle mani di Dio. Non posso spiegare la bontà che era scritta come in braille su quella faccia. Potevi leggerlo già passandoci le dita sopra ad occhi chiusi.
Ma il destino non ha finito e probabilmente non legge il braille. Marina un giorno mi mostra i suoi occhi gonfi e mi chiede di dirle che non è niente. Ed io mento. Se n’è andata tra dolori indicibili. E la sua storia m’è rimasta nelle vene.
E niente, volevo dirti che ti penso ancora e spero con tutta la mia forza che tu abbia una casa meravigliosa e soffici nuvole tra i capelli.