
Il maggese ha reso il campo nudo e l’ha consegnato nelle mani del sole e della pioggia. Pietre di terra polverose si stendono come flutti solidi, onde pietrificate nel tempo dell’attesa, sono dune stanche di fruttare che il contadino ha saggiamente risparmiato da ogni semina, almeno per quest’anno.
Avanzo lungo il canale d’irrigazione asciutto. Chiudo gli occhi e le spighe di grano sono di nuovo lì, bionde di polvere d’oro e fango, si ergono come migliaia di metronomi che tengono il tempo alla sinfonia del vento.
L’albero dalle braccia larghe offre ancora la sua ombra come stuoia girevole, non è stato reciso, nessuno l’ha ancora abbattuto, i suoi frutti rossi sono ancora esposti al becco degli uccelli e al furto delle nostre mani.
Due corde e un copertone, salgo sulla nostra altalena e dondolo sfiorando con i piedi il suolo compatto, rigonfio di radici. Dalla magione in fondo al sentiero, due piani di legno, vetro e fantasia, esci a piedi nudi e corri, salti il porticato e i suoi gradini due a due, uno sperpero di stoffa candida a fiori pastello avvolge le tue gambe d’oro, mi raggiungi prima che il mio battito possa tornare normale e mi sorridi, le tue labbra sono un recinto di corallo per quel branco di pecore bianche che sono i tuoi denti dritti e tondi, i tuoi capelli lunghi come queste corde che mi legano al nostro sogno.
Inforchiamo le bici più grandi di noi, che per salire bisogna saltellare e non possiamo fermarci in altro modo che lasciandole cadere, i nastri appesi al tuo manubrio sono le dita dell’estate nella mia memoria, il profumo dell’erba tagliata, della pioggia che inzuppa la terra smossa e arsa, l’odore avvolgente del muschio e quello frizzante dei finocchi selvatici, il gelsomino che spara laser di fragranze concentrate e parla di primavera e sogni e mani che si sfiorano senza sapere dove andare.
Il ponte è in ombra ma dalla cima si vede il sole nell’attimo in cui bacia l’orizzonte e gli cade in grembo. Le cicale e i grilli sfoggiano le loro chitarre, le lucciole creano giochi di luce sulle acque circostanti e tra le fronde, un rivolo d’acqua scorre e canta la lingua delle pietre e delle radici sotto terra. Ci baciamo sotto il nostro ciliegio, con il suo tronco largo, i suoi rami ruvidi, i suoi frutti alti.
Apro gli occhi e il campo nudo è di nuovo al suo posto, tutto è fermo e non ci sono più alberi in piedi, l’altalena ha smesso d’ondeggiare, la magione è abitata da perfetti estranei.
Io sospiro e torno indietro.
Ma ho ancora le mani rosse di ciliegia.