Flusssi di coscienza.
Già.
A proposito.
Stamattina sono inciampato in un sacco di vestiti per la Caritas.
Quando mi sono voltato da sopra la spalla (e da dove vorresti voltarti, da sotto la rotula?), rischiando di inciampare di nuovo, ho scoperto che il sacco di vestiti ha detto “haia” ed era in realtà un babbo natale sbronzo. Mi è parso un tantinello “fuori orario” come travestimento, considerando che siamo a maggio.
Ad ogni modo, il sacco era riverso sul sopracciglio della strada (il ciglio è il manto stradale, mentre il sopracciglio è il marciapiede, per chi non fosse pratico di gergo toponomastico), e tentava goffamente di suonare il cartone di tavernello vuoto alla stregua (non ho la più pallida idea di cosa sia una stregua, ma mi garba sta parola) di un flauto. Un vero personaggio.
Vedere il suo travestimento ha provocato l’apertura di una finestra mentale sul mio trascorso di babbo natale pro.
C’era un negozio, nel mio paesello di A., i cui titolari ogni anno organizzavano un servizio gratuito di consegna regali natalizi a domicilio.
Fattorino d’eccezione: Babbo Natale.
Prima del mio triennio di babbonatalità, il babbo natale ufficiale era il figlio adolescente dei titolari, tragicamente scomparso in un incidente d’auto.
Ora, non è certo bello criticare dei genitori che abbiano subito siffato tragico lutto.
Però.
Però, io mi sentivo tremendamente a disagio quando uscivo dal bagno sul retro, travestito da Santa Claus, e i titolari, immancabilmente, mi dicevano che ero proprio uguale uguale al loro “ragazzo”.
A proposito, in tre anni di onorato servizio avessi mai capito come si chiamasse il loro figlio, così che per me è rimasto sempre il loro “ragazzo”.
Mi chiedevano ogni volta, con gli occhioni alla Titti ripieni di lacrime come un mon chéri “dai, solo un attimo”.
E io sapevo benissimo che volevano chiedermi di accostarmi alla foto del loro ragazzo.
Dico io, ti credo che gli somigliavo tanto, visto che pure lui, nella foto, indossava barba finta, vestito rosso, cuscino ventrale e cappello con pon-pon.
Avrei voluto dire loro che il mondo, a Natale, era pieno di ragazzi uguali uguali al loro “ragazzo”.
Ma ogni volta mi prestavo a questo teatrino, senza esimermi da qualche gesto scaramantico (il vestito dalle dimensioni generose permetteva gesti da equilibrista discreti) per l’unico becero motivo che la paga mi veniva corrisposta a fine periodo natalizio, ovvero il 24/12 alle 20.30 circa, quando mio padre era sempre sull’orlo di chiamare i Carabinieri.
A dirla tutta, poi, non ho mai incassato le 250.000 lire che mi spettavano, una cifra per me molto vicina alla ricchezza e sul cui utilizzo fantasticavo per tutto il periodo natalizio (e anche durante il periodo della vendemmia); perchè i signori di cui sopra, che sono sicuro già starete immaginando immensamente buoni, ogni volta mi proponevano un “affare”, ovvero compensare i miei compensi con l’ultimo puzzle introvabile. Il fatto che l’ultima cifra del prezzo (uno zero) fosse scritta a penna avrebbe dovuto mettermi in allarme.
Ma l’unica cosa che il mio cervello (si fa per dire) mi consentiva di sospettare, invece, era che il servizio consegna regali fosse in realtà tutta una messinscena ordita all’unico scopo di farmi accostare a quel santuario, per bearsi nell’effimera illusione che il loro “ragazzo” fosse tornato su questa terra a mangiarsi un ultimo panettone.
Se fossi stato in lui, non sono affatto sicuro che avrei pensato di tornare su questa terra, eh, non è per esser cattivo, ma se mangiavano lo stesso panettone che ogni anno mi regalavano…
Comunque, ho visitato tutte le case più povere di A. vestito da pirla.
Infatti, il servizio, essendo gratuito, veniva sistematicamente snobbato dalla A. “bene”, senza contare che più che negozio di giocattoli quello era un antesignano dei moderni discount.
I bambini di A. erano piuttostamente smaliziati.
Quando mi andava bene, mi tiravano la barba, a volte tentavano di incendiarmela, talaltra apponevano la loro impronta sui miei zebedei, mentre la maggiorparte delle volte mi rivolgevano domande imbarazzanti del tipo:
“Quando non lavori la prendi la discoccupazione?”
“Con quella panza ce la fai a fare gnic gnac con Mamma Natale?”
“Mi fai vedere come scendi dal camino?”
Ma il peggio lo davano i loro genitori, curiosi di sapere chi fosse quel misterioso fattorino. Chiedevano “neh ma a chi appartieni?” (traduz: di quale famiglia sei), o sbirciavano da sotto la barba con i rigazzini traumatizzati dall’ardore e mancanza di rispetto dei genitori verso una tale istituzione.
Mi guardavano, i genitori, e ridevano, scrutandomi fisso negli occhi per cercare di capire se mi conoscessero oppure no; del resto A. non è mica New York, ci si conosceva poi un po’ tutti.
Urlavano “hai visto, nenè, c’è BABBO NATALE, eh? E’ vero che tu sei BABBO NATALE?” e poi sottovoce, sgomitandomi, “Ue, ma sei Pino La Cozza? Gigi Lo Squarcione? Totò Lo Stracciato? Lino L’Amarezza? Bobo Boxer? Gegè Tre Coglioni? Il figlio dello Scopatore? Il nipote di Carmela ‘La ‘a Fattucchiera? Il cugino di Sasà Saddam Hussein?” e via via in uno sciorinìo interminabile di pseudonimi e patronimici e cuginonimici.
Ed io “Ma come non mi riconosci? Oh Oh oh oh hò, sono BABBO NATALE”.
E loro: “E yà, nun fa u strunz”.
Stamattina tra le varie consegne, una in particolare mi è sovvenuta alla mente per la sua epicità.
La consegna da Nino Alla Spina.
“Alla Spina” era uno pesudonimo, dovuto alla sua predilezione per le bionde con schiuma, di quelle ad alta gradazione che si comprano al bar o al supermercato in genere nell’ultima corsia.
E, però, io sempre ragazzino ero, quindi persi mezz’ora a cercare sul citofono
“Alla Spina” o “La Spina”, avrei voluto inviare un sms al titolare del negozio per farmi dire sto benedetto cognome, solo che a quell’epoca l’inventore dei cellulari non aveva ancora fatto la sua invenzione.
E mo’ però il post è diventato troppo lungo, e lo so che vi annoiate,
per cui ve lo racconto un’altra volta.