A distanza di due anni da oggi mi sono risvegliato in una giungla, senza sapere come c’ero arrivato. I monsoni soffiavano imperiosi, rendendo l’umidità insopportabile. Un esercito invisibile d’animali si lanciava segnali sopra la mia testa. Il groviglio d’alberi ricoperti da parassiti vegetali era fitto da non vederne le cime, il sentiero sommerso da un tappeto di foglie e arbusti spezzati, il mondo illuminato solo dalla fioca luce plenilunare. Avevo la bocca impastata e un rivolo di liquido (come si chiamava?) essiccato sulla spalla (bava, si chiama bava, pensai).
Mi scollai le vesti, mentre annaspavo in un vuoto mentale. Dall’indolenzimento intuii che ero su quel (come si chiamava?) sentiero da molto tempo e da molto spazio. Spazio e tempo furono i primi concetti ad affiorare alla mia coscienza, furono il mio big bang mentale.
Avevo solo domande che riecheggiavano nel vuoto e nessuno cui rivolgerle. Come succede con i dubbi importanti.
Sapevo vagamente chi ero, ma questo vale per chiunque. Ci illudiamo finché il crepuscolo ci rivela la vanità delle nostre conquiste.
Ricordavo anche di avere già messo nero su bianco questa storia. Ma dov’era il manoscritto? La realtà è che avevo dimenticato cosa avevo dimenticato di preciso, mi rimaneva solo il ricordo d’una generica dimenticanza. Come se ogni giorno, una pagina della mia memoria fosse stata, anziché scritta, cancellata. Pensai ai personaggi che avevo amato da lettore, persi nella loro vita bidimensionale, anime di carta senza terzo asse, senz’aria, immersi in un oceano secolare di silenzio. Poveri pesci in una boccia di vetro! Finita l’elucubrazione, mi trovai addosso un appunto:
“Aspettami a Urushalayim”.
“Che ci-città sarebbe?” chiesi al vuoto, smarrito. Una donna vestita di nero rispose, facendomi sobbalzare, non l’avevo vista:
“Non è una città”.
“Co-cosa, a-allora?”
“Un’ignoteca”.
“Eh?”
“Ignoteca”.
“Sarebbe?”
“Sono edifici in cui si conserva ciò che s’ignora. Vieni, ti aspettano”.
Mansueto come un agnellino che va al macello, la seguii, chiedendomi chi fosse. Sembrava mi conoscesse. Arrivammo in una depressione del terreno, dove un una distesa di edifici spuntavano come eruttati da un vulcano. Il tutto era racchiuso da sconfinate mura che presentavano, qui e lì, gabbiotti di vetro.
“Perché ci sono le gru?”
“Costruiscono sempre nuovi edifici. Vogliamo vedere la verità infilando la mano in un bicchiere d’acqua e fango, ma più mescoliamo, meno vediamo. I cancelli ai segreti di Dio sono collegati: ne apri uno e se ne chiude un altro, nessuno può aprirli tutti insieme”.
Vidi un edificio ove pareti esterne, pilastri, soffitti, pavimenti, ripiani, cabine degli ascensori nel buio di vani di ventilazione, tutto era composto da specchi. Ogni oggetto era clonato all’infinito, sembrava la rappresentazione della copula che, dalla notte dei tempi, moltiplicava gli esseri umani. Vidi un direttore di banca con i capelli freschi di balsamo. Sfogliava una rivista. Entrai mentre la donna mi camminava accanto in silenzio. Sulla soglia era inciso il nome del direttore. Per quanto potei constatare, tutti gli edifici erano etichettati. Avanzai con difficoltà verso il mio obiettivo, gli specchi mi impedivano di valutare la profondità (ma non è sempre così?). Sbattei il naso più volte ma non mi arresi. Finalmente raggiunsi il direttore in una stanza piena di riflettori (o forse era solo uno). Gli chiesi cosa stesse leggendo e mi mostrò la rivista, alzandola. Era la copia perfetta di un rotocalco femminile, salvo per la bizzarra natura delle foto: erano tutte molto sovraesposte, l’unico colore era il bianco. Gli chiesi a cosa gli servisse sfogliare foto vuote.
“Non sono affatto vuote”.
“A me pare che non ritraggano nulla”.
“Invece c’è tutto per me, sono miei autoritratti”.
“Ma non ti si vede!”
“Ho esposto decine di volte lo stesso fotogramma finché tutti i colori sono tornati al bianco del sole da cui hanno tratto origine”.
Non amavo i rompicapi, così uscii lasciando il direttore a contemplare quelle foto, inutili e superficiali come solo le foto sanno esserlo. Non c’è nulla di più riduttivo e ingannevolmente aderente alla complessità di un attimo di realtà. Vidi un edificio in pietra, la pietra, sì, con le sue profondità non rappresentabili giacché non esistono parole (né personaggi) che abbiano più di due dimensioni, e ogni personaggio dipinto è sempre e solo un cielo di carta che non si strappa mai. L’edificio torreggiava sugli altri e immaginai una ricca dotazione libresca, quindi vi diressi i miei avidi passi.
Sul travertino erano incise quattro lettere, il nome del titolare, JHVH.
Costui era seduto su uno sgabello di legno e pelle, davanti a un tavolino di ebano, su cui campeggiava l’unico volume dell’enorme edificio: una bibbia.
Lo salutai, mi rispose con garbo e tornò a fissare quell’unico testo che non aveva ancora letto. La sapienza in lui era amara: nelle sue iridi vidi fluttuare mondi, composti di tutti i morti sotto il segno della croce, di ogni prete pedofilo, di ogni crociata, di ogni lacerazione di cilicio, di ogni fiamma dei roghi, delle pinze dell’inquisizione, dei vagiti emessi dai primogeniti d’Egitto, nell’estuario dei suoi occhi affluivano i fiumi del sangue che era scorso nel mondo, apparentemente solo per servire da inchiostro al servizio di una storia che altri avevano già non solo scritto per grandi linee, ma anche ideato nei più minuti dettagli.
Il suo tormento affondava nella carne e saliva come una febbre.
Lo sentii urlare al soffitto altissimo:
“Perché?”
E io non avevo certo risposte.
Forse neppure Dio.