
Ti ho intravista tra i vicoli di Bangkok. Avevi quel cappello inverosimile, verde smeraldo, alto quanto una guglia del Wat Phra Kaew. Te lo ricordi, il Buddha di Smeraldo? Eravamo sull’orlo di un radioso futuro. Come spesso accade. Esuli, scompaginati dentro, alla ricerca di una forte identità perduta. Scale invisibili scendevano al fiume e ai canali da ogni anfratto della mia anima. Le insegne al neon fluorescente illuminavano le pozzanghere, sudore e pesce arrosto, alcol e incenso che si mescolano a voci d’ogni lingua. Non esiste un posto come Bangkok in questa parte dell’Universo. Ci sentivamo a casa perché nessuno si sentiva a casa, qui, il concetto di straniero sembrava il rimasuglio di un’operazione matematica scritta alla lavagna, come poteva apparire in pieno agosto, quando la scuola era ormai chiusa e di essa rimaneva solo l’ombra che il cancellino non era riuscito a sopprimere del tutto. I farang si mescolano ai thai, comunità di cinesi, giapponesi, indiani, filippini, europei (la piaga dell’Asia, posso dirlo?), americani (flagello dell’Asia, dell’Europa, dell’Artide e dell’Antartide e, sospetto, della stessa America), per certi aspetti i vicoli e i canali di Bangkok mi fanno tornare in mente le strade dell’India, solo con molto più sesso a ogni angolo. Centri massaggi, hotel di lusso, circoli “culturali”, ristoranti e magnaccia, l’offerta è continua e asfissiante. Bangkok straripa di uomini soli, il loro sguardo è perso, come le loro camice stazzonate, le fronte imperlate, i fiati corti di chi ha troppi kili e troppi gin in corpo. Le cravatte sono tutte allentate, le maniche delle camicie rialzate. Non ho mai assistito a tanta vicinanza tra sacro e profano, tra superficie e profondità umane. La pioggia è stretta, scende a pacchetti compatti quasi orizzontali, il vento piega le palme le cui fronde toccano il terreno, oscillando da un lato all’altro, mentre le insegne continuano a spandere la loro luce artificiale stucchevole, pastello, fluo, fa male agli occhi girare oltre il calar del sole tra i vicoli di Bangkok.
Ogni volta che ripenso a quella città, riappare però un’altra luce, nei miei ricordi, la tua, così simile al tramonto che sparge fiamme sulle guglie dei templi e rende plastica l’illusione che essi siano d’oro. Non ho imparato più di tre parole nella tua lingua, ma sono poche le persone con cui son riuscito a comunicare più intensamente.
Oggi piove, e questa pioggia fitta m’ha traghettato lì, tra quei canali di Bangkok, dove son sicuro ancora svetta il tuo cappello verde. Se mi alzo sulla punta dei ricordi penso di poterlo ancora intravedere, tra il fiume in piena dell’umanità che cammina, come si cammina a Bangkok: senza una meta.
Ma sicuri di andare verso casa.