
L’aria è tersa. Il sole splende alto e indifferente. All’ultimo piano, l’appartamento ha una concezione d’altri tempi, per entrare in cucina si passa dal salotto, c’è un bagno “passante”, dotato di due porte che si aprono su due stanze diverse. Le nuvole sono andate altrove, getto uno sguardo fuori e vedo solo mare e cielo. Tutte le stanze sono inondate di luce. Tutte, tranne una. Lì c’è solo penombra. Lei è distesa sul suo letto. Una coperta ricamata all’uncinetto nasconde le sue spoglie dai piedi al collo. La testa è l’unica parte esposta ai nostri sguardi. Quegli occhi chiusi, lo sguardo sereno e immobile. La osservo a lungo. Vorrei che mi svelasse il mistero di cui lei è ora a parte. Così vicini, mai stati però così lontani. Tace e non mi dirà nulla. Eppure continuo a guardare, non ne posso fare a meno. Non è la prima persona defunta che vedo, ma ogni volta sento nell’aria il mistero profondo che avvolge la morte, ogni volta mi sembra quasi di poterlo svelare, comprendere, assorbire, essere a pochi centimetri da una persona che ha varcato la soglia invisibile che tutti attende mi turba. Mai come in quegli attimi mi sento così vicino e così lontano dalla comprensione. Getto uno sguardo oltre il letto e noto la tapparella chiusa. Oltre quella tapparella, splende il mare, Capri si staglia netta contro il cielo coi suoi contorni riconoscibili. Dalle altre stanze che ho attraversato, il mare era visibile, allegro, colorato, una giornata da vivere all’aperto. Le voci delle persone giù in strada arrivano fino a quell’ultimo piano, un clacson, qualcuno chiama i suoi bambini per nome, un vigile fischia e gesticola. Quella tapparella chiusa mi sembra un peccato, le stanno negando l’ultimo sguardo al panorama che le è entrato dentro, quella vista che ha vissuto per anni ogni giorno. Non tornerà più in quella casa. Stringo mani, abbraccio persone, cerco di sorridere quando qualcuno con scarso senso dell’opportuno racconta episodi divertenti del passato, mi defilo, fisso i divani, i quadri, le due cristalliere cariche di servizi del the da cui le sue labbra non berranno più una goccia, all’improvviso tutto mi sembra obsoleto, inutile, come se con lei fossero morti i piatti, i bicchieri, le posate, le tende e i tappeti e tutti gli oggetti che si sono imbevuti del suo tempo per trasudarlo in rugiada di malinconia, destinata ad asciugarsi con quel sole nel silenzio e nella penombra di una casa che non ha più abitanti.
Scendo in strada, un trenino turistico per bambini scampanella, il traffico continua a scorrere. La maggior parte delle persone che formano il corteo sono molto in avanti con gli anni. Camminano in silenzio, alcuni deambulano con un bastone, le scarpe nere così simili, come il bianco nei capelli. Le rughe e i silenzi raccontano del loro dolore ma anche del loro sollievo. Per noi che siamo circondati da questo traffico, invasi dall’odore del salmastro, illuminati dai raggi gentili del sole di Dicembre, la tapparella non s’è ancora chiusa.