Sono finalmente a casa.
I segni ci sono tutti.
Ogni anno, puntuale come un ingegnere svizzero, mi lascio alle spalle Milano, gli ape, i sushi-bar, il boss, i piccioni e le loro espettorazioni anali, le bici legate ai pali a due a due, i car sharing, i monopattini di traverso sopra i marciapiedi che devi fare il contorsionista per passare, i panettoni a 50€ al kg che ti chiedi che ci mettono dentro, polvere d’oro o fai che quello zucchero a velo è in realtà cocaina colombiana, e insomma lascio tutto e tutti per raggiungere il mio paesello dove tanto tempo fa ebbi la ventura di nascere.
Il mio è un viaggio non solo nello spazio, attraverso tre quarti di Italico stivale (diciamo che arrivo lì dove di solito si trovano i buchi nel calzino); è anche un viaggio nel tempo.
Parti da un casello dove 9 porte su 10 sono a pagamento automatizzato, passi accanto a turgidi casali aristocratici che si adagiano su una collina come capezzolo su seno orizzontale, ti ritrovi a scambiare due chiacchiere col benzinaio che ti fa gli auguri di buon Natale con il suo marcato accento romano lasciandosi andare ad un abbraccio (e lasciandoTi addosso odore di diesel bluetech), ed infine ti ritrovi su una strada di campagna, malamente asfaltata, ai cui lati corrono due canali di scolo. Ti lasci alle spalle le casse automatiche del Carrefour e ritorni al salumaio che segna i numeri col pennarello pescato da dietro l’orecchio, il fornaio che ha i numeri dei clienti scritti con la biro blu su un’agendina che si ricorda i mondiali di Italia90, la palestra con gli abbonamenti cartacei e nessun tornello perché il padrone sta lì all’ingresso e saluta tutti per nome, pure me che vengo solo durante le feste per qualche ingresso giornaliero, il passaggio a livello con la campanella, l’acquaiuolo che ti porta la cassa di bottiglie d’acqua in vetro e ritira i vuoti a rendere, le arance nelle cassette, e tutti che ti offrono il caffè.
Come a dire, brevi cenni della storia dai giorni nostri al basso medioevo (a passo di gambero).
Quando tra il ciglio della strada e il canale di scolo di acque sospette, quando in questo lembo di terra di nessuno scorgo i primi show-room dei venditori (abusivi come una palafitta nella Fontana di Trevi) di copri-cerchioni rubati, in quel preciso istante penso “sono a casa”.
A quel punto mi sporgo dal finestrino e urlo “bella lì, Diabolìk, quanti ne hai fregati oggi?” e lui, come sempre – secondo il nostro gioco – di rimando mi fa “più di quante te ne sei fottute…”.
Oggi mi sono fermato, avevo bisogno di comprare lo spray lucidacruscotto.
Ho voglia di parlare col mondo intero, sarà che mi sento bene con questo sole che scende piano verso l’orizzonte, senza fretta, e mi si arrotola lungo la pelle e nelle pupille come un serpente di luce buono, diciamo prima che la mela venga morsicata o forse fuori dal giardino, fuori dai sensi di colpa, in un ambito di spazio libero, dove ogni essere umano può essere senza giustificarsi, perché non c’è proprio nulla da giustificare, esserci è la giustificazione intrinseca dell’essere, è la sua stessa natura, nessuno ha mai rimproverato all’erba d’esser verde o all’aria d’esser trasparente.
Diabolìk è così detto non tanto perché fa il mestiere che fa, quanto piuttosto perchè, nessuno sa come, ha una moglie più gnocca di Eva Kant. Lo conosco da quando rubava merendine negli zaìni nella palestra sgangherata della scuola.
Attacco bottone.
Lui saltella da un piede all’altro, continua ad infilare ed estrarre le mani dalle tasche di dietro dei suoi jeans stinti e unti e bisunti e trisunti di olio, così bassi che si vede tutta la molla dei boxer e oltre, mi sembra soffrire.
Fingo di non accorgermene, sparo a manetta lamentele sul nord, sulla nebbia, sulla freddezza dei miei colleghi, insomma un’impepata di cozze di luoghi comuni, ma alla fine lui mi fa:
“Mongolfiè, devo fare un servizio, t’aggià lascià”
“Non fare l’infame, non ci vediamo da Natale scorso!”
“Ci vediamo dopo in piazza (ndr non c’è bisogno di dire quale, ce n’è una sola)”
“Senti non mi pare che ci sia la ressa alla cassa, non fare lo stronzo, che servizio devi fare?”
“Mongolfiè è urgente, scusami tanto, l’aggià proprio ffà mmo’ mmo’ sto servizio”
“Ma dove, se la tua auto è ricoperta di cartelloni (meglio cartoni…) pubblicitari che annunciano offerte imperdibili e di cerchi in lega?”
“Sta qua vicino, vavattenne mo’, yamme, ci si vede…”
“Dai lo fai dopo sto servizio….”
“Mongolfiè, mi cago sotto se non faccio “questo servizio”, mo’ o capisc o nun o capisc?
Non c’è dubbio, quando ho un amico che deve andare urgentemente dietro un cespuglio per cagare, è il segno definitivo che sono tornato a casa.
Buon Natale a tutti!