I miei pensieri mancano di tenuta di strada, dovrei portarli a fare la convergenza ma non c’ho tempo, poi ultimamente ho l’ESP cerebrale fuori uso, e quindi ogni tanto la parte destra accellera mentre quella di sinistra rallenta, e finisce che esco fuori strada (e fuori di testa).
Che stavo dicendo? Ah sì, il frequentare ambienti sofisticati, non ci sono nato e quando mi ci trovo dentro come dire, ho qualche problemino di adattamento.
Sono più Verdone in Viaggi di Nozze (“o famo strano?”) che Cruise in Il Socio.
E.g. al ristorante chiedo sempre uno stuzzicadenti, anche se poi, siccome conosco il galateo, metto una mano davanti la bocca per non disturbare i commensali con la vista della mia pulizia dei denti (e per evitare che un pezzo d’insalata o una scoria di nocciolina finisca nel bicchiere del mio vicino).
Soffro tanto quando non posso grattarmi l’orecchio agitando velocemente il mignolo nel padiglione auricolare, ma i colleghi dicono che non sta bene (chi? rispondo io, chi è che non sta bene?).
E poi mi piace rispondere al telefono e parlare a voce alta, magari continuando a mangiare e tenendo in bilico il telefono tra l’orecchio e la spalla, ma anche questo qui dicono che non sta bene.
Per non parlare di quando infilo la mancia nel taschino del cameriere e gli mollo un buffetto d’affetto sulla guancia dicendo “PER TE” urlando, per far capire a tutti che son un signore e grattugio scaglie di mance dal mio portafogli neanche fossi Giovanni Grana.
Ricordo ancora la prima volta che i colleghi mi hanno portato in un posto così “in” che, a sentir loro, frequentarlo per me sarebbe stato come salire su una scala mobile che mi avrebbe innalzato di classe (e piano) sociale senza neppure muovere un passo.
C’era un buffet enorme.
Tanto tanto pesce.
Io adoro il pesce.
Io sono capace di lasciare un bastoncino findus nel comodino per sentire il profumo di pesce sui miei vestiti tutto il giorno.
Quindi ho impugnato un piatto con posa plastica alla Bonzo di Riace, e ci ho praticamente edificato otto piani di pesce vario sopra.
Era tutto pesce più crudo di un’ostrica.
Quindi da gran signore mi sono portato in zona cottura, dribblando alcuni colleghi che volevano sbirciare nel piatto.
C’era un giapponesino, con un buffo cappello bianco in testa ed il grembiule della prima elementare, solo bianco, che si premurava di fare la piastra e la messa in piega a gamberoni, piccoli pesci e calamari.
Aspetto dieci minuti, ed il tizio non mi degna di uno sguardo, continuando ad ammucchiare in un lato della griglia il pesce già cotto.
Lo guardo, lui mi guarda un attimo, poi torna al mucchietto di pesci crudi in attesa.
Mi guardo intorno, lo riguardo, lui mi guarda, poi distoglie, io insisto, lui ritorna, alla fine non ne posso più e chiedo:
“Uelà Gualtieri, non è che tra un’opera d’arte e l’altra, mi daresti una cottura al volo a questo pesce?”
E lui con fare disgustato:
“Ma è sushì”
Al che penso che forse sushi in giapponese vuol dire cotto, e rispondo
“Bella fratè, tu sei strafatto, non è sushi neanche un po’, è più crudo di una scena di CSI”.
Si è tolto il cappello e ha messo sulla piastra il mio pesce (quello diventato mio per impossessamento, non per nascita), finalmente
Poi quando ha finito, se l’è rimesso (il cappello, non il pesce).
Io ho apprezzato la sua galanteria nel togliersi il cappello mentre lavorava per me.
L’ho inteso come segno di sottomissione, della serie “la testa mia sotto i piedi tuoi”.
Certo, uno può anche pensarla in termini de “si è scappellato”, e allora il gesto potrebbe essere frainteso.
Perchè spesso fraintendiamo i gesti, le frasi, ma ancor più spesso fraintendiamo i segni, prendiamo lucciole per lanterne, signore che aspettano l’autobus per lucciole, fischi per fiaschi, scambiamo la lana con la seta e la pelle con il canvas spalmato.
Eh, lo so, è ancora l’ESP cerebrale che singhiozza.
Tornando in carreggiata (scusate i banchi di nebbia delle mie divagazioni), un collega che ha assistito alla scena, rideva come un matto e poi mi ha detto che secondo lui la scena del cappello era una protesta.
Questi sono i momenti in cui capisci che non hai capito un caxxo di quello che dovevi essere da grande.