La risacca del cielo spinge onde di nuvole bianche, cariche di spuma aerea, lungo la battigia di queste cime, il freddo è pungente nonostante il sole, una vetta è contornata da una balaustra, gli svizzeri sanno come valorizzare ogni centimetro quadrato del loro non proprio estesissimo territorio, qui puoi letteralmente toccare con mano la cima della montagna. Canaloni innevati scendono in ogni direzione, sembrano muscoli dorsali sviluppati, delle orme fresche nella neve raccontano di animali liberi, mi siedo su una sdraio e slaccio gli scarponi per offrire sollievo alle caviglie, scrollo i coltelli dal ghiaccio, chiudo gli occhi e taccio. Verrà il tempo di scendere a valle ma non è ora. Ora sono qui, l’aria rarefatta delle alture vere, il vento ruvido, il cuore che accelera per tenere il passo. Tengo la mano di Maria. Trema. Non ha freddo, non fuori, perlomeno. Siamo saliti fin qui perché ha qualcosa di importante da dirmi. Non ho fatto domande. Non ne faccio quasi mai, ho la presunzione di capire subito quando sono inopportune e quando, come in questo caso, sono superflue. Prendo due razioni di raclette nell’unico bar, una specie di igloo, che c’è nel raggio di diverse ore di cammino. Il fumo che si leva dal piatto danza e ipnotizza. Cerco di calcolare a mente quante calorie ci siano in quel piatto, poi mi dico che non importa, con tutto il movimento della giornata potrei ingurgitare un tacchino ripieno.
Mangiamo in silenzio. Lei lascia quasi tutto intatto. Mi prende le mani e con un filo di voce inizia a parlare. In quel momento il tempo cambia, nubi cumuliformi oscurano l’aria, branchi di selvaggi mustang di vento nitriscono coprendo la sua voce. Non riesco a sentire le sue parole. Ma le ho capite quando s’è alzata, ha inforcato gli sci ed è scesa a valle.
Da sola.
In quel preciso istante s’è alzata la marea.