Brillerò nel sole
nel manto del vento
su ponti di foglie
versi di polvere
poesie di terra.
Se tu vedrai bianco
io diverrò cieco
Se tu vedrai nero
spegnerò la luna
il mondo, gli occhi.
Se sarai silenzio
io diverrò voce.
Se sarai felice
io tornerò luce
e se sarai triste
io tornerò terra
io tornerò aria
io tornerò vento
ali per i passi.
Ovunque tu andrai
non sarà lontano
ha radici nell’altrove
il male che cura
questo matto cuore.
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Le radici nell’altrove
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Messaggi nel muro

Mio nonno ci teneva a essere identificato con il suo lavoro. Se mia nonna gli rimproverava di aver insozzato il tappeto con gli scarponi o di non farle regali, lui si schermiva con:
“Ma sono un muratore, tu che vuoi da me?” oppure “Hai sposato un muratore, che pretendevi?”
Lui mi ha insegnato a scavare le tracce nei muri con lo scalpellino, a posare i cavi dell’impianto elettrico nel muro, a collegare i frutti e montare le scatole da incasso. Con disegni chiari come il sole mi ha illustrato il funzionamento della corrente alternata (fase, neutro, messa a terra), i principi di funzionamento degli interruttori e la differenza con i deviatori. Mi ha anche insegnato a fissare i tasselli, usare la levigatrice, la sega a nastro, la fresatrice, la spellafili, a preferire lo stucco in polvere a quello in barattolo premiscelato (“costa un decimo e dura dieci volte di più), a saldare con gli elettrodi, a usare sempre i guanti e gli occhiali per i lavori più pericolosi.
Era di poche parole, eppure quando si trattava di spiegarmi i passaggi per un lavoro fatto come Dio comanda, era più loquace di un politico, ma molto più concreto e affidabile. Sulle sue parole potevi regolarci un orologio atomico.
Il giorno che è mancato aveva appena rifatto tutto l’impianto elettrico. Se n’è andato in un Natale di tanti anni fa. “Chi nasce, chi muore” sono state le sue ultime parole lanciando uno sguardo al bambin Gesù di gesso che avevamo sistemato sul presepe e baciato a turno, come da tradizione di famiglia, alla mezzanotte del 24. Mi ha dato una carezza e ho visto il suo sorriso lampeggiare del suo solito spirito burlone. Guardava gli interruttori che aveva appena montato e lì per lì non mi era parso importare granché, le lacrime mi impedirono di vedere oltre il loro velo.
Dopo tanti anni, abbiamo deciso di vendere casa sua. Memore dei suoi insegnamenti, e per digerire il pranzo natalizio, oggi mi sono messo a smontare le placchette e gli interruttori di casa sua, per risparmiare del lavoro alla ditta, o forse per recuperare del materiale. Non lo so neppure io perché.
Dietro il secondo set di interruttori che ho smontato, ho notato qualcosa nel buco del muro che ospita i frutti elettrici. Un bigliettino sgualcito e ingiallito. L’ho srotolato convinto che fosse una cartaccia. E invece era un messaggio per me. Ho iniziato a smontare tutte le placchette di casa e ci ho trovato un tesoro. Messaggi laconici, brevissimi, indirizzati sia a me che a mio fratello, del tipo “studiate”, “non perdete tempo”, “baciate di più vostra madre”, “rispettate i vecchi perché se sarete fortunati lo diventerete”, ma anche “il nonno vi vuole bene”, “al nonno mancate”, “buona fortuna per il concorso, Mongolfiere”.
Mi si è stretto il cuore a pensarlo lì, solo nella sua casa, mentre scrive messaggi che poi per anni ha visto non arrivare mai ai loro destinatari. Chissà perché mai li ha nascosti così maledettamente bene. Forse erano una sorta di salvadanaio sentimentale. Per un soffio non sono finiti nelle mani di qualche ristrutturatore sconosciuto che li avrebbe gettati, insieme agli interruttori vecchi e i residui del muro e la calce caduta per terra. Come succede prima o poi con i detriti materiali della nostra vita.
Che grande illusione la realtà. Non c’è nulla di più materiale del mondo immateriale. I bigliettini sono così gualciti che dubito dureranno altri sei mesi. Ma i messaggi immateriali che contengono e l’atto d’amore (quanto di più immateriale si possa immaginare) che ha portato un muratore a sforzarsi di mettere i suoi pensieri nel posto a lui più congeniale (dove altro poteva metterli quei bigliettini, se non dentro un muro?), quelli si sono solidificati e ora sono mattoni più duri del cemento che reggono una parete importante della nuova casa dove abita mio nonno: il mio cuore.
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Una mistica transumanza

Nella bassa provincia dell’Aquila, c’è un gioiello incastonato tra i Monti Marsicani, nell’alta valle del fiume Sagittario. È nato da un disastro, da un’antica frana del monte Genzana. La montagna, scendendo scomposta, sbarrò il passo al torrente Tasso. È il lago di Scanno, che da alcuni belvederi assume la forma di un grande cuore. Quanti cuori hanno assunto la forma che hanno perché sono sopravvissuti a una frana?
Qui intorno Dio ha modellato le cime dei monti, piantato radici forti per alberi in bilico sui precipizi, scavato il letto nella roccia per fiumi e torrenti, disseminato pietre aguzze stondate dalle mani del vento e del tempo, e soffiato cordialità, semplicità e accoglienza nell’animo della gente, il tutto all’alba del terzo giorno della Creazione, quando ancora non esisteva la luce e neppure la tenebra. Ha disegnato questi luoghi tenendo gli occhi chiusi e stringendo la lingua tra i denti, col cuore di un mondo bambino. Nei cervi, negli orsi, nelle valli, nei tronchi e nei ciocchi di legno, le sue poesie bendate sono state scolpite nel silenzio. Lo stesso silenzio che è rimasto impigliato nel cuore dei pastori, come una mistica transumanza che abbia spostato anziché le greggi, gli umori di Dio nelle viscere degli uomini.
D’estate correvamo tra queste poesie, partivamo da lontano con le bici, le tende tenute con le corde sopra gli zaini pesanti. Ci accampavamo dove si poteva, la costa del lago non è propriamente accogliente e piuttosto sottile, ma a quei tempi non ci si faceva più di tanto problemi. Nuotavamo nelle sue acque gelide e cristalline, ci stendevamo al sole che scompariva ben presto dietro le cime. Ci asciugavamo con l’aria, la pelle tatuata momentaneamente di brividi, poi correvamo a cercare qualche torrente per provare a pescare. Raccoglievamo le lattine perché ce le pagavano, non eravamo particolarmente ambientalisti ma il territorio lo abbiamo sempre trattato come uno di famiglia. D’inverno tornavamo e giocavamo a ritrovare l’orientamento. Era tutto così stravolto. Le cime totalmente innevate, la strada a stento praticabile, l’acqua immobile come chi abbia tanto di quel freddo da temere di muovere un muscolo. Sembrava di vederlo stringere i denti, quello specchio d’acqua dolce, mentre la luce si diffondeva come una eco tra le valli e le creste, cuore di ambra pulsante con vene di sangue vaporizzato sul dorso frastagliato delle nuvole. Con le ciaspole ci avventuravamo nei dintorni, scuotevamo i rami bassi dei pini per sentire il tonfo ovattato dei cumuli di neve che atterravano su altra neve. Quei pomeriggi erano sempre brevi ma sono diventati eterni. Per questo stasera, quando sei entrata nella sala, mi s’è fermato il cuore. Mentre ti stringevo le mani e ti chiedevo cosa ci facessi da queste parti dopo tanti anni, ti guardavo dritto negli occhi e lì dentro ho visto nuotare orsi, marmotte, biciclette, le tende, le borracce e le torce e le nostre mani dietro la nuca, le foglie viste da sotto, i rami a disegnare arabeschi d’ombre sui nostri volti.Tutto quel tempo si è completamente sostituito a te, ha preso il tuo posto, e stasera quell’odore persistente di ambra, di resina, di corteccia e di muschio ha cantato dritto alle mie corde interiori. Mi hai dato il tuo numero. Adesso dovresti darmi anche quel pizzico di coraggio che mi serve per usarlo e rischiare di mandare in frantumi quel grumo di tempo che sei diventata.
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Come se il sole non avesse null’altro da fare nell’Universo

C’è questo vicolo cieco, dove sono cresciuto, da dove sono venuto, dove torno ogni anno da decenni, anche se non è più lo stesso vicolo e non è più la stessa casa. Non era del tutto cieco, quel vialetto, non c’era alcuna preclusione sul fondo, bensì la campagna, sul limitare di una collina. C’era anche un muro di mattoni che ci separava da una villetta dirimpetto e un vecchio nespolo proprio di fronte la camera di mia madre, leggermente rialzata dal piano strada. La sua auto era sempre parcheggiata lì, del resto ci sono solo tre case basse, intorno è tutta campagna. Una vecchia Diana giallo pallido. Era l’auto che più ho amato al mondo, perché ci vedevo dentro molto spesso la donna che più ho amato al mondo.
Quando ero più piccino, passavo le ore inginocchiato alla finestra della sua camera da letto, e per ogni paio di fari che s’avvicinava sulla strada principale, pregavo Dio che fosse lei, chiedevo “ti prego ti prego fa’ che sia lei”. Ma i fari tiravano dritto e io continuavo a sperare. Prima o poi tornava, è sempre tornata. Non ha mai mancato una promessa.
Il lampadario della camera da letto, filtrato dai vetri e dalle tende, spargeva veli di luce ambrata ai miei piedi, nelle notti di primavera in cui le lucciole giocavano a nascondino tra le fronde del nespolo, intersecando le loro firme di luce tra le sterpi e le siepi che spuntavano sul fondo del viale. Mia madre dormiva il sonno dei giusti ed io, confortato dalla sua sola presenza, me ne andavo a zonzo a scoprire i misteri della natura di notte. I versi degli animali son strani, di notte, gli uccelli dormono in piedi sui rami e si lasciano acchiappare a patto che tu sia davvero silenzioso, l’acqua che scorre la senti anche a km di distanza, i profumi ti assalgono, la luna bagna ogni cosa con una luce che è anche tenebra insieme, è tutto un mondo da scoprire, credete pure a me. Ho catturato molte lucciole, rinchiudendole nelle prigioni fatte delle scatole tonde dei vecchi formaggini. Smettevano sempre di brillare, non appena capivano che erano in trappola. Succede così pure con le persone. Mai pretendere che qualcuno si limiti a brillare solo per te. La bellezza è la ferita del tempo sulla pelle dell’Universo, e il tempo non appartiene a nessuno perché è di tutti. Sempre.
Ci sono queste notti che trascorro appoggiato con le terga sul cofano, una bussola in una mano e nell’altra la mappa del cielo, il naso all’insù. Ho sempre amato osservare le stelle, anche in pieno inverno, quando il cielo è più sgombro. Si crea un momento di intimità con le mie parti più profonde, quando guardo quei fuochi tremuli, vere macchine del tempo, sono l’unica cosa che nella mia vita è rimasta esattamente allo stesso posto nonostante il trascorrere degli anni. Ha un che di solidamente confortante consultare una mappa, alzare lo sguardo e vedere le stesse identiche geometrie proprio lì dove ti aspetti che siano. Non so dire l’emozione e quasi il terrore che ho provato quando, dall’altro lato del mondo, ho alzato lo sguardo a un cielo stellato che era per me irriconoscibile.
Ti viene da ripensare alle parole di Galileo, “Il sole, con tutti quei pianeti che gli girano attorno e da lui dipendono, può ancora far maturare una manciata di grappoli d’uva come se non avesse nient’altro da fare nell’universo“.
Ognuno scava e scova i suoi significati nelle parole, io ci vedo un invito a considerare l’Universo come un magnifico corpo unico, dove ogni parte, fosse anche un grappolo d’uva, riflette la bellezza di altre parti completamente diverse. Cosa c’è di più diverso di un sole e un grappolo d’uva? Eppure la bellezza dell’uno si riflette sull’altro. E in quelle stelle lontane, in quelle costellazioni che sembrano disegni e che però, a ben vedere, sono disegni di parti lontanissime le une dalle altre, nello spazio e nel tempo, io ci ho visto un sussurro da parte di Dio: la bellezza dell’Universo è nella diversità e nel continuo cambiamento. Bisogna ascoltare questo messaggio per capire dove esistiamo. Chi siamo per davvero.
Ripensandoci forse non sono solo le stelle a esser rimaste sempre le stesse, nel corso del mio tempo. C’è qualcos’altro che non è cambiato.
La loro luce nei miei occhi.
E molto di quello che c’è dietro
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Ma ho ancora le mani rosse di ciliegia

Il maggese ha reso il campo nudo e l’ha consegnato nelle mani del sole e della pioggia. Pietre di terra polverose si stendono come flutti solidi, onde pietrificate nel tempo dell’attesa, sono dune stanche di fruttare che il contadino ha saggiamente risparmiato da ogni semina, almeno per quest’anno.
Avanzo lungo il canale d’irrigazione asciutto. Chiudo gli occhi e le spighe di grano sono di nuovo lì, bionde di polvere d’oro e fango, si ergono come migliaia di metronomi che tengono il tempo alla sinfonia del vento.
L’albero dalle braccia larghe offre ancora la sua ombra come stuoia girevole, non è stato reciso, nessuno l’ha ancora abbattuto, i suoi frutti rossi sono ancora esposti al becco degli uccelli e al furto delle nostre mani.
Due corde e un copertone, salgo sulla nostra altalena e dondolo sfiorando con i piedi il suolo compatto, rigonfio di radici. Dalla magione in fondo al sentiero, due piani di legno, vetro e fantasia, esci a piedi nudi e corri, salti il porticato e i suoi gradini due a due, uno sperpero di stoffa candida a fiori pastello avvolge le tue gambe d’oro, mi raggiungi prima che il mio battito possa tornare normale e mi sorridi, le tue labbra sono un recinto di corallo per quel branco di pecore bianche che sono i tuoi denti dritti e tondi, i tuoi capelli lunghi come queste corde che mi legano al nostro sogno.
Inforchiamo le bici più grandi di noi, che per salire bisogna saltellare e non possiamo fermarci in altro modo che lasciandole cadere, i nastri appesi al tuo manubrio sono le dita dell’estate nella mia memoria, il profumo dell’erba tagliata, della pioggia che inzuppa la terra smossa e arsa, l’odore avvolgente del muschio e quello frizzante dei finocchi selvatici, il gelsomino che spara laser di fragranze concentrate e parla di primavera e sogni e mani che si sfiorano senza sapere dove andare.
Il ponte è in ombra ma dalla cima si vede il sole nell’attimo in cui bacia l’orizzonte e gli cade in grembo. Le cicale e i grilli sfoggiano le loro chitarre, le lucciole creano giochi di luce sulle acque circostanti e tra le fronde, un rivolo d’acqua scorre e canta la lingua delle pietre e delle radici sotto terra. Ci baciamo sotto il nostro ciliegio, con il suo tronco largo, i suoi rami ruvidi, i suoi frutti alti.
Apro gli occhi e il campo nudo è di nuovo al suo posto, tutto è fermo e non ci sono più alberi in piedi, l’altalena ha smesso d’ondeggiare, la magione è abitata da perfetti estranei.
Io sospiro e torno indietro.
Ma ho ancora le mani rosse di ciliegia.
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Sali nave fantasma
Pioggia salata bagna la mia guancia
anima che trabocca dai condotti
spuma sciolta in mezzo ai flutti
colata al fondo degli abissi.
Bussola d’antica e folle rotta
arcaico viaggio, ora segreto estinto
custodito dal porto ormai sommerso
da cui nessuna nave salpa o attracca
non si può navigare in fondo al mare
ma negli abissi respirano i ricordi
che non ne vogliono sapere d’affogare.
Tornerò a esser sepolto in quel porto
ma oggi sali, riaffiora, nave mia fantasma
leva quell’ancora della dimenticanza
sali nei flutti porpora della rimembranza
portami nel largo caldo ove
non è mai morta la speranza
di tornare a navigare
con le stelle per timone
il nostromo è sogno infranto
maestro di macchina inceppata
i demoni sono remi
spezzati nelle reni.
Unghie lunghe e torve
scortican’ le scorze
ferite bianche e rosse
vomitano sangue e sale
all’inferno è presto giorno
nel cuore del Natale.
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Tralci di glicine
Il giardino era costellato da tralci di glicine sparsi per terra. Il vento s’era accanito sui fiori, spezzandoli senza pietà, invidioso di colori delicati e profumo carico di primavera. I mattoni del muro di cinta erano smossi, in più punti erano visibili mucchi di polvere, come se qualcuno avesse provato a scavare con le mani nel vivo tufo. Un gruppo di foglie si teneva compatto, forse sperando d’avere maggiori probabilità di successo.
Il mare se ne stava come sempre lì, gonfio di fiumi, le spalle appoggiate all’orizzonte, il vero volto sepolto sotto colonne d’acqua, mentre – beffardo – fingeva di fermarsi davanti agli scogli e alle coste e teneva, senza sforzo, sulla punta della pelle milioni di milioni di barche.
La catena cui era appeso il secchio del vecchio pozzo oscillava, memoria meccanica della tempesta. Gli uccelli tacevano, forse il loro cuore non s’era ripreso dallo spavento. Chissà cosa pensano, quando avvertono un tuono. Avranno mai collegato quel frastuono al lampo che lo precede? Come fanno, certi animali, a viver senza neanche una parvenza di specchio? A chi le rivolgono le loro domande, quelle sofferte, quelle che se provi a risponderti ti laceri l’anima, scavando dentro per pescare quelle che, risalite in superficie, appaiono solo come vuote parole, gusci secchi, sottili veli di foglie su spighe mature di grano?
La terrazza sul mare ondeggia nel cosmo, viaggia intorno al sole insieme a tutto il resto, ed è così maledettamente difficile convincersi che si stia davvero muovendo. A prima vista, tutto è immobile, tranne la luce e l’aria che continua a trasportare fino a me suoni lontani: i latrati di cani randagi, un colpo di clacson, le suadenti canzoni che le onde intonano a miliardi di granelli di sabbia.
Cerco un senso per quel giardino sospeso sulla roccia, per quelle venature brunite nel basalto, dove vanno i ruscelli che non ce la fanno a sfociare nel mare, in quale lago sotterraneo finiscono le lacrime amare, finirà questa notte o mi toccherà ancora di guidare?
Ci sarà un altro sole più in alto?
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Il mondo di sotto (sopra)

Nel Mondo di Sotto, Quincampoix stava sbraitando, imbottigliato tra stress, traffico e smog. Il parabrezza non riusciva a brillare, per quanto facesse andare le spazzole. Il vetro rimaneva opacizzato per via dei graffi e dei moscerini schiacciati, effetti collaterali delle corse in autostrada. Una fila di fanalini brillava nella notte, creando croci di luce rossa nei punti in cui lo sporco del vetro era più incrostato. Fuori, coni lattiginosi di luce spioventi da file di lampioni solleticavano il buio, più che disperderlo, mentre i fari in transito nell’opposto senso di marcia lo accecavano a intermittenza. Pensò che a volte sono proprio le luci che, con la loro debolezza, ispessiscono le tenebre, altre volte, se sono violente, ti impediscono di guardare i dettagli nelle ombre.
Il pesce spada preso al mercato stava iniziando a mummificarsi, sul sedile del passeggero assente. Sulla sommità d’un cavalcavia, Quincampoix scorse con stupore una porta di cristallo diamantato, apparentemente incardinata nell’aria, dieci centimetri sopra il bordo del guard-rail. Del tutto ignaro d’aver appena scoperto il varco tra Mondo di Sopra e Mondo di Sotto, si sporse dal finestrino e provò la maniglia. Era cedevole e calda. Tirò il freno a mano e scese dal lato passeggero (gli inglesi direbbero da lato del guidatore), provocando un rinserramento negli elementi dell’orchestra di clacson, che continuava a suonare imperterrita, che manco i musicisti del Titanic. Aprì la porta, poi la richiuse, aprì la portiera e tornò in auto, aggiustò lo specchietto, chiuse la cintura, poi la riaprì, ridiscese e attraversò la porta, tutto in un fluido momento, mentre i clacson aumentavano il loro vigore protestante.
Richiuse la porta diamantata alle sue spalle e ci fu come un’esplosione ma al contrario, lo scoppio provocò l’ottundimento di ogni rumore. Il vento del Mondo di Sopra modellava un prato davanti ai suoi piedi, con moti ondosi semplicemente perfetti: se gli steli d’erba fossero stati turchese, si sarebbe facilmente scambiato per acqua di mare. Il cielo era inondato di luce diurna sia da est che da ovest. Un sentiero di terra compatta, privo di polvere, conduceva a un salice solitario, lontano da ogni altro albero, a circa cinquecento metri dai piedi di Quincampoix. Intorno, miglia di prati correvano in ogni direzione, con lievi declivi, oleandri e olivi solitari, capanni di legno e qualche cartello inclinato. Quincampoix sentiva la eco dei clacson che provava ad attraversare la porta, ma il diamante è un ottimo isolante e neppure gli uccelli più sensibili frullaron l’ali in segno d’aver sentito qualcosa. Avanzò incredulo, osservando cascate a terrazze multiple (l’acqua che vi scorreva era color zafferano acceso) stendersi fino all’orizzonte, canyon rossastri con venature verdi ergersi in ogni direzione, sormontati da ponti di vetro blu di Persia e rosa nadeshiko, laghi di ghiaccio nero in bilico sulle cime dei monti ecrù, larghi quanto la Francia e alti quanto l’Italia (la larghezza può essere un bene o un male e ce ne si può pure vantare, ma l’altezza è l’altezza, c’è poco da fare).
Tutto sembrava troppo vicino, forse colpa delle due lune e dei due soli che illuminavano la cupola d’aria del Mondo di Sopra, alternandosi con ritmi vertiginosi e facendo piovere sul paesaggio un manto intrecciato di luci e controluci, ombre e contro-ombre, a dir poco cangevole e sognante.
Quincampoix scostò con deferenza la chioma del salice e, compiuti due passi avanti, si ritrovò in una bolla da cui poteva osservare il mondo senza esserne visto. Eppure non era buio: i due soli e le due lune lasciavano le loro firme di luce lungo quelle chiome cascanti che sembravano incendiarsi e bruciare d’amore sia per il giorno che per la notte.
Si distese con la testa appoggiata al tronco del vecchio albero e chiuse gli occhi, lasciandosi cullare dal sussurro delle acque cadenti in lontananza, delle foglie basculanti sui rami, degli steli ondeggianti nel tiepido vento, il suo respiro a fare da contralto al suo battito regolare.
Quando li aprì s’era fatto tutto più buio, una nuova cortina era caduta incorniciandogli il volto. Amélie era lì, a due centimetri dal suo volto, gli sorrideva e con la sua chioma riproduceva una bolla nella bolla. Le labbra di lava semifusa bruciavano anche a distanza, avrebbe voluto bruciare ma un colpo di clacson più forte degli altri gli disse che era il momento di riattraversare la porta di cristallo. L’anima di Quincampoix si sentì smarrita. Ma sul cavalcavia, mentre rientrava al suo posto di guida e si sistemava la cintura, trovò uno stelo d’erba nel fondo della tasca.
Capì che quel confine non sarebbe mai più scomparso.
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Forse neppure Dio
A distanza di due anni da oggi mi sono risvegliato in una giungla, senza sapere come c’ero arrivato. I monsoni soffiavano imperiosi, rendendo l’umidità insopportabile. Un esercito invisibile d’animali si lanciava segnali sopra la mia testa. Il groviglio d’alberi ricoperti da parassiti vegetali era fitto da non vederne le cime, il sentiero sommerso da un tappeto di foglie e arbusti spezzati, il mondo illuminato solo dalla fioca luce plenilunare. Avevo la bocca impastata e un rivolo di liquido (come si chiamava?) essiccato sulla spalla (bava, si chiama bava, pensai).
Mi scollai le vesti, mentre annaspavo in un vuoto mentale. Dall’indolenzimento intuii che ero su quel (come si chiamava?) sentiero da molto tempo e da molto spazio. Spazio e tempo furono i primi concetti ad affiorare alla mia coscienza, furono il mio big bang mentale.
Avevo solo domande che riecheggiavano nel vuoto e nessuno cui rivolgerle. Come succede con i dubbi importanti.
Sapevo vagamente chi ero, ma questo vale per chiunque. Ci illudiamo finché il crepuscolo ci rivela la vanità delle nostre conquiste.
Ricordavo anche di avere già messo nero su bianco questa storia. Ma dov’era il manoscritto? La realtà è che avevo dimenticato cosa avevo dimenticato di preciso, mi rimaneva solo il ricordo d’una generica dimenticanza. Come se ogni giorno, una pagina della mia memoria fosse stata, anziché scritta, cancellata. Pensai ai personaggi che avevo amato da lettore, persi nella loro vita bidimensionale, anime di carta senza terzo asse, senz’aria, immersi in un oceano secolare di silenzio. Poveri pesci in una boccia di vetro! Finita l’elucubrazione, mi trovai addosso un appunto:
“Aspettami a Urushalayim”.
“Che ci-città sarebbe?” chiesi al vuoto, smarrito. Una donna vestita di nero rispose, facendomi sobbalzare, non l’avevo vista:
“Non è una città”.
“Co-cosa, a-allora?”
“Un’ignoteca”.
“Eh?”
“Ignoteca”.
“Sarebbe?”
“Sono edifici in cui si conserva ciò che s’ignora. Vieni, ti aspettano”.
Mansueto come un agnellino che va al macello, la seguii, chiedendomi chi fosse. Sembrava mi conoscesse. Arrivammo in una depressione del terreno, dove un una distesa di edifici spuntavano come eruttati da un vulcano. Il tutto era racchiuso da sconfinate mura che presentavano, qui e lì, gabbiotti di vetro.
“Perché ci sono le gru?”
“Costruiscono sempre nuovi edifici. Vogliamo vedere la verità infilando la mano in un bicchiere d’acqua e fango, ma più mescoliamo, meno vediamo. I cancelli ai segreti di Dio sono collegati: ne apri uno e se ne chiude un altro, nessuno può aprirli tutti insieme”.
Vidi un edificio ove pareti esterne, pilastri, soffitti, pavimenti, ripiani, cabine degli ascensori nel buio di vani di ventilazione, tutto era composto da specchi. Ogni oggetto era clonato all’infinito, sembrava la rappresentazione della copula che, dalla notte dei tempi, moltiplicava gli esseri umani. Vidi un direttore di banca con i capelli freschi di balsamo. Sfogliava una rivista. Entrai mentre la donna mi camminava accanto in silenzio. Sulla soglia era inciso il nome del direttore. Per quanto potei constatare, tutti gli edifici erano etichettati. Avanzai con difficoltà verso il mio obiettivo, gli specchi mi impedivano di valutare la profondità (ma non è sempre così?). Sbattei il naso più volte ma non mi arresi. Finalmente raggiunsi il direttore in una stanza piena di riflettori (o forse era solo uno). Gli chiesi cosa stesse leggendo e mi mostrò la rivista, alzandola. Era la copia perfetta di un rotocalco femminile, salvo per la bizzarra natura delle foto: erano tutte molto sovraesposte, l’unico colore era il bianco. Gli chiesi a cosa gli servisse sfogliare foto vuote.
“Non sono affatto vuote”.
“A me pare che non ritraggano nulla”.
“Invece c’è tutto per me, sono miei autoritratti”.
“Ma non ti si vede!”
“Ho esposto decine di volte lo stesso fotogramma finché tutti i colori sono tornati al bianco del sole da cui hanno tratto origine”.
Non amavo i rompicapi, così uscii lasciando il direttore a contemplare quelle foto, inutili e superficiali come solo le foto sanno esserlo. Non c’è nulla di più riduttivo e ingannevolmente aderente alla complessità di un attimo di realtà. Vidi un edificio in pietra, la pietra, sì, con le sue profondità non rappresentabili giacché non esistono parole (né personaggi) che abbiano più di due dimensioni, e ogni personaggio dipinto è sempre e solo un cielo di carta che non si strappa mai. L’edificio torreggiava sugli altri e immaginai una ricca dotazione libresca, quindi vi diressi i miei avidi passi.
Sul travertino erano incise quattro lettere, il nome del titolare, JHVH.
Costui era seduto su uno sgabello di legno e pelle, davanti a un tavolino di ebano, su cui campeggiava l’unico volume dell’enorme edificio: una bibbia.
Lo salutai, mi rispose con garbo e tornò a fissare quell’unico testo che non aveva ancora letto. La sapienza in lui era amara: nelle sue iridi vidi fluttuare mondi, composti di tutti i morti sotto il segno della croce, di ogni prete pedofilo, di ogni crociata, di ogni lacerazione di cilicio, di ogni fiamma dei roghi, delle pinze dell’inquisizione, dei vagiti emessi dai primogeniti d’Egitto, nell’estuario dei suoi occhi affluivano i fiumi del sangue che era scorso nel mondo, apparentemente solo per servire da inchiostro al servizio di una storia che altri avevano già non solo scritto per grandi linee, ma anche ideato nei più minuti dettagli.
Il suo tormento affondava nella carne e saliva come una febbre.
Lo sentii urlare al soffitto altissimo:
“Perché?”
E io non avevo certo risposte.
Forse neppure Dio.
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Il prato attraversato

Flutti di luce bagnano la pelle bianca di Hao. La sua veste di seta rivaleggia con i colori delle margherite, mentre attraversa un campo steso sull’ultima altura del monte Desideria. Oltre ci sono solo mulattiere pietrose e picchi ricoperti di neve, ma qui, sull’altipiano, l’erba ondeggia di verde, bianco e giallo e spande profumi di vita. I rami degli alberi s’innalzano per abbracciare ampie porzioni di blu cobalto, accarezzando il volto del padre cielo così pieno di mistero a dispetto del suo apparente esser vuoto.
I sandali di Hao gli consentono di sentire le carezze degli steli d’erba, il tepore del sole, i bisbigli impercettibili del frate vento che corre felice e libero da una fronda all’altra, toccando tutto senza farsi sfiorare da nulla.
Harakira è seduta sul tappeto turco, nel patio del vecchio rifugio di legno. Sorride a quel vento, lo sente in luoghi che non sospettava d’avere conservato dentro. La sua vita è stata una lunga guerra di trincea, combattuta con armi spuntate contro mostri armati fino ai denti (o alle zanne). Nelle sue iridi spiccano piccole gemme più scure del resto, Hao le ha viste prima che l’acqua del fiume bagnasse le loro maniche, insieme alle lacrime. Harakira sente i suoi passi, non l’ha mai visto prima eppure saprebbe disegnare ogni minima increspatura verticale delle sue labbra, punto per punto la sua barba e la candida curvatura di tutti i denti. Si sono scambiati origami per due lunghi inverni, nessuno dei due sapeva che dentro c’erano lettere colme di sentimento. Ci voleva coraggio a disfare quegli origami e un egoismo del tutto sconosciuto a loro due.
Le parole sarebbero rimaste nascoste dietro l’apparente fragilità dei fiori di carta, come personaggi dipinti che non hanno terzo asse.
Sorniona cade la pioggia sull’altipiano, rendendo il proseguire del cammino arduo e irto di pericoli.
Difficile dire se Yuki salirà su quel patio, che si erge sulla cima del monte, spazzata da venti possenti e costellato da nevi gelide.
Ma il prato che ha appena attraversato di sicuro gli rimarrà piantato nel bel mezzo del cuore.