Il filo della lama é affilato e affonda nella carne con facilità, il sangue zampilla spargendo il suo rosso acceso, spingo e stringo l’elsa e affondo ancora di più il colpo. La carne viva dei miei sogni é lacero-contusa, tenera e indifesa. La realtà decodificata, la balaustra di legno cede sotto il peso dei miei anni, inseguo il tempo, apro le mani e cerco di trattenere le onde dei giorni che si infrangono sulla battigia della mia esistenza ma é una impresa dissennata, la sabbia assorbe l’acqua, chissà dove finisce, io scavo buche e la ritrovo ma fugge sempre altrove. La neve nel giardino copre l’erba, le finestre di legno e stoffa lasciano trapelare la luce calda di una famiglia. Le foglie caduche danzano nel gelo, alzo gli occhi al cielo, Orione ruota lentamente mentre il freddo ricopre la mia pelle. Scoppierà un bel giorno il sole ma non mi importerà, tu sarai emigrata per altre galassie ed io sarò con te, perché vivo da tempo su una astronave mirabolante: le tue labbra e il tuo cuore di cristallo. Dove non cade mai la neve
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La seconda regola
Il cancello di ferro era arrugginito in più punti, i suoi cardini semi divelti. Il muretto di tufo che lo cingeva era sbrecciato in più punti e lasciava intravedere le cicatrici bianche sulla sua carne di pietra. Un edificio basso dalle finestre rotte lanciava la sua ombra intorno, coprendo le macchie d’olio seccatesi sul duro pavimento di cemento. Crepe ovunque, ciuffi d’erba e rifiuti impolverati. L’odore acre di sudore rappreso e fallimento mi graffiava le narici.
Il mio monaco era seduto su una striscia pedonale. Ho attraversato la stradina come sempre mi accade, quando incrocio strade: in totale silenzio.
“Maestro, qual è la regola di vita?” esordii saltando i convenevoli, inutili tra veri intimi.
“La prima regola è avere otto regole”.
“E la seconda?”
“La seconda regola è non avere regole”.
“Ma è in contrasto con la prima!”
“La terza regola è essere flessibile nelle regole, e nell’ascoltarle”.
“Capito. E la quarta?”
“La quarta regola è applicare solo la seconda”.
“Chissà la quinta, allora…”
“La quinta regola è non avere un ordine preciso nelle regole. Ogni regola è una regola. Come ogni uomo è solo un uomo ma niente di meno che un uomo”.
“Quali sono le ultime tre?”
“Le ultime tre regole sono le prime e sole regole. Respira. Mangia. Bevi. E dormi”.
“Ma sono quattro, mica tre”.
“Quante altre regole sei disposto ad ascoltare prima di capire che c’è solo la seconda?”
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Fiore di nebbia
Fiore di nebbia, ovunque soffi il vento sento la punta dei tuoi petali che hanno tremato allo porte della notte, li vedo solcare le rughe sulla mia pelle come la chiglia di una nave che spiana i flutti con i suoi fendenti, brividi come spuma si spargono alla stregua di una scia marina sul manto della pelle che mi ricopre la schiena.
Fiore di nebbia, i tuoi colori sono nascosti nel bianco, vibrano nel silenzio creando spazi di luce, il tuo capo è piegato dal tempo e dai ricordi del dolore solidificato nel petto, non conosci la tua bellezza perché ti manca uno specchio, non conosci la tua forza perché temi inutilmente che il gambo ti si spezzi, ondeggi nel prato che sembra dipinto, ti accosti al mio orecchio ma la tua voce è un sussurro che sento a stento.
Fiore di nebbia, apri i tuoi petali stanchi, non ti coglierò mai perché la terra è il tuo regno, ma se li apri un secondo porterò il tuo nettare in volo fino al nido dei sogni, sarà miele da dare in pasto ai miei orsi.
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Le tende opache del tempo
Il tempo ha tende opache, nel cui seno nasconde i secoli di là da venire. Mi piacerebbe poter stare dietro quella tenda e, ogni tanto, gettare uno sguardo. Che livelli avrà raggiunto la tecnologia, nell’anno 1 milione dopo Cristo? Ammesso che ci sarà ancora, una tecnologia. Qualcuno diceva che la terza guerra Mondiale si sarebbe combattuta con la clava. Sono spaesato. Completamente. Non c’è un solo leader di peso, nel mondo intero, che mi ispiri fiducia. All’opposto, la stragrande maggioranza mi atterrisce. Un tempo credevo che il buonismo fosse il male del secolo, oggi sono convinto dell’opposto: contro ogni mia previsione, va di moda oggi il “cattivismo”. Più sei cattivo, più i popoli ti osannano, almeno nelle urne. Non so se sono l’unico ad aver notato che in tutte le nazioni “potenti” del mondo, al potere ci sono saliti niente più niente meno che despoti. Gente che calpesta i diritti umani, che rinnega quel poco di civiltà che a fatica abbiamo conquistato, che spinge per l’opposto dell’integrazione, che non esita a spendere miliardi per armi, prestandole agli “amici” che le usano per trucidare intere popolazioni, che spendono milioni di nostri euro per creare lager al di là del mare, dove potersi sbarazzare dei migranti come fossero sacchi di immondizia portati sulle nostre coste dal mare e dal vento. Sono tornati di moda quegli pseudo-valori senza fondamento alcuno (patria, difesa delle forze dell’ordine, pugno duro), mentre i valori conquistati con millenni di scienza e di humanae litterae (accoglienza, rispetto della diversità, pace, tanto per dirne alcuni) sembrano ovunque arretrare e passare in decimo piano. La magistratura viene sputata in faccia ogni giorno, senza alcun pudore, senza alcun timore che forse delegittimarla potrebbe essere un qualcosa di estremamente pericoloso, i potenti ovunque si ritengono al di sopra di ogni regola, scritta o non scritta, pensano a fare dirette social per ogni scorreggia, ma se ne infischiano se il parlamento si lamenta per essere sistematicamente ignorato, o se uno scandalo colpisce i loro affari privati, fanno promesse sempre più irrealistiche e, che io sia dannato, più grosse sono le loro balle, più consenso riescono a racimolare. Cosa ci sta succedendo? Che fine hanno fatto i movimenti per i diritti dei gay, delle donne, per la salvaguardia dell’ambiente, delle minoranze, le ONG che cercano di tutelare i diritti dei migranti? Sono solo io ad avere l’impressione che siano stati come tutti soppressi? Non che si siano estinti, ma non ne sento più parlare né sui giornali, né in TV, né sul web.
Non si parla d’altro che di guerre e sangue, dell’avviso di garanzia per questo o quel pezzo grosso, o del reality di turno, come se non vi fosse rimasto più niente di cui discutere sul serio.
Siamo immersi in regimi totalitari che, anziché scomparire, vivono una sorta di nuova vita, come se mai li avessimo provati in tutti questi millenni. E non parlo certo di paesini ai confini del mondo. Qui parliamo di Cina, Russia, Francia, Italia, Ungheria, Finlandia, Svezia, per rimanere più in “casa”, e poi Iran, Israele, USA (vogliamo parlarne?). Siamo in una sorta di rinascimento del medioevo. Ed io continuo a gettare microscopici semi in questa terra dove qualcuno ha detto che non crescerà mai un cavolo.
Magari dietro quella tenda, qualcuno, domani, potrà guardarci sereno e vivere popoli che vivono semplicemente in reciproca pace.
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I pilastri del tempo
I mattoni di tufo sono consumati, gialli tendenti al terra di siena bruciata. Le fughe sono bianche e le linee incerte. Finestre e portoni sono contornate da inserti di marmo picchiettati di fuliggine. Le strade sono composte da lastre di lava vulcanica levigate da milioni di piedi, di carri e di auto passate per andare altrove. Le scale si incuneano tra pareti verticali, le finestre sono gli occhi del paese puntati sulla stretta valle dove passa un allegro ruscello. Le sue mani liquide battono il tempo al tempo che scorre, accarezzando gli argini e le pietre che resistono al flusso d’acqua ininterrotto da qualche millennio. Tutto sembra fermo ai secoli andati, se solo togliessero le lampadine dai lampioni e ci mettessero delle candele, ci si potrebbe girare un film sul medioevo. Cammino stando attento agli scherzi sottili del ghiaccio, la mia ombra si allunga su quei mattoni di tufo. Al civico quarantuno c’è una casa su tre piani, ognuno largo quanto una stanza, dal muro spuntano enormi occhielli di ferro, antica tecnica di “inchiodatura” delle mura. Batto al portone di legno ruvido, lucido di pioggia, e scuoto gli scarponcini prima di entrare. Lei è lì, con i suoi capelli scuri e lunghi, le sue mani sottili e la sua pelle d’avorio. Bacio la sua fronte.
“Non sei mica mio padre”.
“No, ma ti bacio la fronte perché voglio assaggiare i tuoi pensieri”.
Siamo liberi e ci alziamo dal letto, passando dal tetto, si vedono le cime degli alberi dall’alto e sembrano ciuffi d’insalata scondita, arrivati ad altezza di nuvola i colori s’impastano insieme, il fiume ora è una freccia d’argento che cambia direzione, si vedono le prime stelle, il silenzio s’allarga come una macchia d’olio su acque nere di luce, la pelle diafana sembra imbevuta in lava di luna, i giorni sono consumati come mattoni sberciati, le mani si baciano, le labbra danzano in cerchio, l’amore taciuto è cresciuto.
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il mercato
La fragranza pungente di olive è una marea, ha alti e bassi e avanza invadendo le mie narici. Una sinapsi che era rimasta dormiente per anni si risveglia, tocca la spalla di altre sinapsi e in un secondo esplode nella mia mente una serie di immagine nitide. La frutta a piramide, i colori della natura esposti in geometrie infinite, le voci a voce alta, i banchi consumati dalla fatica e dal sudore di gente che si alza ogni giorno quando il gallo canta. Le arance arancio in bilico, pomodori rossi, melanzane viola, carote arancio antico, limoni giallo canarino, lattuga verde chiaro, spinaci verde occhi intensi. Le mie scarpe bianche sopra il cemento scuro e bagnato di pioggia, la tua mano che mi tiene forte. Chiedi quanto costa ogni cosa, tutto misurato. Io chiedo di aggiungere questo e quello e i tuoi occhi lampeggiano e sfuggono e le tue labbra pronunciano più no di quelli che il tuo cuore avrebbe il coraggio di pronunciare. La facciata di calce lascia a vista file di mattoni, come il mio sorriso lascia a vista strisce di dolore. Facciamo l’amore e dopo mangiamo patatine sul letto sfatto, tu mi guardi coi tuoi occhi verdi ed io penso il senso del reale, mi gira tutto intorno, tu sei atmosfera e sole ed io giro intorno a te.
Stappo una bottiglia di bianco da riserva, le membra si alleggeriscono, la testa fluttua sulle spalle. Una sciarpa decora morbida le tue spalle, le tue labbra sono alberi che assorbono inquinamento e restituiscono ossigeno alle mie ossa. Il cielo nei tuoi occhi é azzurro intenso, le ciglia sono steccati che sorreggono il cielo e tutto quello che vi é nascosto dentro.
La carne tenera sospira umida, il ferro e il gesso crollano nei meandri del tempo.
Tolgo volume all’ossigeno e spicco il volo.
Ti penso anche se non sei d’accordo.
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Il senso
Ho sognato un senso. Era un vortice e c’era polvere che danzava. Non l’avrei vista se non fosse stata trafitta dalle veloci lance del sole. Ho sognato una strada alla fine delle strade, un ponte che guarda il mare e unisce le due sponde di un fiume che ha sempre diviso in due la città. Ho visto un salotto vecchio stile, con il divano di pelle marrone, i tappeti pesanti, quadri dalle cornici dorate e calici di vino opachi. Ho visto un ascensore e uno zerbino quadrato, è consumato ai bordi e al centro. Ci ho lasciato le mie impronte mille volte. Ho visto un paio di occhiali che nessuno indosserà, e scarpe lucide chiuse in una scatola. I soldatini di piombo, i velieri di legno da modellismo, un presepe dentro una campana di vetro. Ho sognato un senso, un verso, una freccia con una direzione sulle ali. Ho visto prigioni sgretolarsi sotto i colpi potenti dell’amore. Ho visto farfalle ribellarsi, giocolieri cadere col sorriso, ho visto amici abbracciarsi nella gioia e nel dolore, ho visto uomini che hanno dovuto attraversare mille strade prima di essere chiamati uomini, ho visto montagne spazzate via da un ago di pino caduto male. Ho visto albe e tramonti spremere il cielo come un’arancia, ho sentito gli aghi pungenti dell’aria in altitudine, ho visto navi fendere i flutti del tempo con la chiglia sottosopra, porti affondati, case straniere e treni fermi. Ho visto cuori spaccarsi e ricomporsi più grandi di prima, come spesso succede quando i rattoppi sono incerti, ho perso tempo e giorni, amici e diari, lettere e fotografie. Ho vissuto altre vite, vite di carta e sogni. E sono ancora qui. Per qualche motivo che non so.
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I battaglioni della pioggia sferravano i loro attacchi sbucando come aghi magici dal cuore delle nuvole. I loro generali tenevano i ranghi serrati, nonostante i soldati, miliardi di gocce tutte simili ma non identiche, fossero sferzati da ondate violente di vento. Io arrancavo nel fango, rischiando a ogni passo di finire tra i suoi viscidi, marroni tentacoli. La capanna dove s’era di recente trasferito il mio monaco mentale era poco distante. Gli argini accarezzavano il ruscello e si lasciavano ammaliare dal canto dell’acqua che scorre sempre nuova. Nel letto del ruscello sfilavano, annegati, i caduti nella guerra della pioggia, e proprio su quell’argine il sole s’era seduto paziente, ad aspettare di vedere i cadaveri dei nemici fluire.
La porta di legno era incorniciata da travetti di marmo, i graffi del tempo ne avevano stondato gli spigoli e scavato delle pozze di pochi millimetri, giusto la capienza di una fossa per un paio di quei caduti dal cielo.
Entrai e l’odore di incenso, arancia, cannella e biscotti mi pugnalò le narici della memoria. Il mio monaco mentale era seduto a gambe incrociate, di spalle rispetto alla porta d’entrata. Sembrava guardare oltre una finestrella quadrata, la cornice di legno spessa come un mattone di tufo visto dall’alto, due vetri opalescenti screziati da fugaci baci solari. La guerra delle nuvole era perduta e alcune navi riportavano a casa i feriti, altre si allontanavano nel cielo insieme ai tuoni e ai lampi per cercare un altro campo di battaglia. Il mondo è tondo e si trova sempre spazio per combattere contro qualcuno.
“Maestro, perché guarda con tanto interesso quel pero?”
“Cerco di capire se mi è indifferente. Ho paura di no”.
“Perché mai dovrebbe aver paura di essere indifferente a un albero?”
“Il medesimo uomo che passa tanti giorni e tante notti nella rabbia e nella disperazione per la perdita di una carica è ancora quello che sa di dover perdere con la morte ogni cosa senza inquietarsene. Mostruoso vedere nel medesimo cuore e nel medesimo tempo tanta sensibilità per le minime cose e una così strana insensibilità e perfetta indifferenza per le cose più grandi”.
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Il bianco e il nero

Il sole aveva a lungo cercato di infiltrarsi nei più reconditi anfratti del glicine, spingendo le sue mani sottili e veloci come la luce, ma poi s’era ferito, aveva sanguinato a lungo dalle vene sparse fra le nuvole, prima di spegnersi tra le braccia dell’orizzonte. Le venature nel legno vibravano impercettibili, i nodi tenevano duro mentre la notte se ne andava a spasso con le sue stelle sulle spalle e mani di vernice nera da passare su ogni cosa. Io asciugavo i miei pensieri dondolando le gambe sul muretto di mattoni rossi, e cercavo di contare quelle venature labirintiche scritte dalle mani del tempo su una tavola di legno. La porosità delle bucce d’arancia pulsava a intermittenza nella mia memoria liquida, mentre la primavera intorno a me cantava a sé germogli e boccioli per far loro menare la danza della vita che rinasce. La luna era spezzata in frantumi di riflessi lacustri, davanti a me potevo vederla insieme a una sciarpa di seta bianca che evaporava dalle acque sotto mentite spoglie di nebbia. Finalmente la vernice nera della notte sbiadisce, ritorni dalle cascate del passato, hai finito di precipitare e ora hai piedi ben saldi nella terra.
Come una radice, mi offri nutrimento ancora anche se non si vede, portandomi acqua e sali minerali che non appartengono a questo mondo. E se qualcuno tagliasse quella radice, nessuno da sopra se ne accorgerebbe, eppure io ne appassirei.
Il bianco e il nero si sono fusi, insieme al tempo e alla sua nemesi, l’eternità. E la tua vita di farfalla, anche nel cuore di gennaio, mi soffia nel cuore sempre primavera.
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La tapparella

L’aria è tersa. Il sole splende alto e indifferente. All’ultimo piano, l’appartamento ha una concezione d’altri tempi, per entrare in cucina si passa dal salotto, c’è un bagno “passante”, dotato di due porte che si aprono su due stanze diverse. Le nuvole sono andate altrove, getto uno sguardo fuori e vedo solo mare e cielo. Tutte le stanze sono inondate di luce. Tutte, tranne una. Lì c’è solo penombra. Lei è distesa sul suo letto. Una coperta ricamata all’uncinetto nasconde le sue spoglie dai piedi al collo. La testa è l’unica parte esposta ai nostri sguardi. Quegli occhi chiusi, lo sguardo sereno e immobile. La osservo a lungo. Vorrei che mi svelasse il mistero di cui lei è ora a parte. Così vicini, mai stati però così lontani. Tace e non mi dirà nulla. Eppure continuo a guardare, non ne posso fare a meno. Non è la prima persona defunta che vedo, ma ogni volta sento nell’aria il mistero profondo che avvolge la morte, ogni volta mi sembra quasi di poterlo svelare, comprendere, assorbire, essere a pochi centimetri da una persona che ha varcato la soglia invisibile che tutti attende mi turba. Mai come in quegli attimi mi sento così vicino e così lontano dalla comprensione. Getto uno sguardo oltre il letto e noto la tapparella chiusa. Oltre quella tapparella, splende il mare, Capri si staglia netta contro il cielo coi suoi contorni riconoscibili. Dalle altre stanze che ho attraversato, il mare era visibile, allegro, colorato, una giornata da vivere all’aperto. Le voci delle persone giù in strada arrivano fino a quell’ultimo piano, un clacson, qualcuno chiama i suoi bambini per nome, un vigile fischia e gesticola. Quella tapparella chiusa mi sembra un peccato, le stanno negando l’ultimo sguardo al panorama che le è entrato dentro, quella vista che ha vissuto per anni ogni giorno. Non tornerà più in quella casa. Stringo mani, abbraccio persone, cerco di sorridere quando qualcuno con scarso senso dell’opportuno racconta episodi divertenti del passato, mi defilo, fisso i divani, i quadri, le due cristalliere cariche di servizi del the da cui le sue labbra non berranno più una goccia, all’improvviso tutto mi sembra obsoleto, inutile, come se con lei fossero morti i piatti, i bicchieri, le posate, le tende e i tappeti e tutti gli oggetti che si sono imbevuti del suo tempo per trasudarlo in rugiada di malinconia, destinata ad asciugarsi con quel sole nel silenzio e nella penombra di una casa che non ha più abitanti.
Scendo in strada, un trenino turistico per bambini scampanella, il traffico continua a scorrere. La maggior parte delle persone che formano il corteo sono molto in avanti con gli anni. Camminano in silenzio, alcuni deambulano con un bastone, le scarpe nere così simili, come il bianco nei capelli. Le rughe e i silenzi raccontano del loro dolore ma anche del loro sollievo. Per noi che siamo circondati da questo traffico, invasi dall’odore del salmastro, illuminati dai raggi gentili del sole di Dicembre, la tapparella non s’è ancora chiusa.