Nell’estate del 1984 alcuni eventi erano destinati a segnarmi per sempre.
A giugno moriva Enrico Berlinguer e da quel giorno in casa mia i telegiornali cominciavano a tacere.
La radio mandava “E ti ricordo ancora“, canzone che riusciva a commuovermi anche se non ne avevo motivo, le ragazze erano lungi dal fare
il loro prepotente ingresso nella mia vita e nei miei ormoni, e non avevo ancora sperimentato alcuna grave “mancanza”.
A luglio la critica d’arte moriva, o quantomeno agonizzava, sul ritrovamento delle teste di Modigliani.
Sempre in luglio, nella cittadina di A., veniva inaugurato il primo (e anche ultimo) acqua park.
Il sistema di purificazione doveva essere di dubbia efficienza, a giudicare dalle macchie di muschio sul fondo, e il numero di scivoli era piuttosto esiguo. Ma a noi ragazzi di A., sembrava avessero appena aperto le porte del paradiso.
Ricordo che alla radio c’era un concorso per vincere due biglietti d’ingresso.
Partecipai e, ovviamente, persi .
Mio padre, comunque, si offrì di comprare il biglietto e accompagnarmici di domenica.
L’afa di quell’anno mi rendeva ancor più eccitato all’idea.
Arrivò la domenica, alle 07.00 ero già in camera dei miei, col costume e le ciabatte e l’asciugamano.
Mio padre mugugnò che le piscine aprono alle 09.30 e mi scacciò.
Dopo dieci minuti lo vidi uscire per andare a comprare il pane.
Tornò alle 21.00.
Ero ancora col costume addosso, non avevo neppure pranzato perché non volevo avere lo stomaco pieno, scatenando le proteste di mia madre.
Quando chiesi a mio padre se potevamo finalmente andare, lui andò su tutte le furie, disse che ero proprio uno scemo, le piscine mica restano aperte fino alle 21.00. Mi morsi la lingua e chiusi il cassetto con il mio sogno, ma non mi arresi minimamente all’idea di non andarci.
I giorni si susseguivano stanchi e sudati, l’estate si consumava, e ogni volta che passavamo con l’auto davanti quel cancello verde in ferro battuto che apriva le porte del paradiso acquatico di A. a tutti, tranne che a me, mi sentivo pervadere da una sorda sensazione di malessere. Tiravo su col naso, sperando che mio padre se ne accorgesse e finalmente mantenesse la promessa di portarmici.
Dal finestrino osservavo, tra le sbarre, quei ragazzi tuffarsi dal bordo di mattonelle già sbrecciate; sbrecciate, suppongo, dalla disperazione e dalla noia di ragazzi sperduti in un paese, come quello di A., dove l’evento più eclatante di una settimana era il rintocco delle campane.
Ripensando, anni dopo, all’acqua park di A., mi venne in mente che quei ragazzi sembravano volersi tuffare tanto lontano dal bordo da atterrare in un altro paese, qualunque esso fosse, purché non A.
Nel bel mezzo dell’estate, andammo nel mitico paese di C., in montagna da mia zia.
Ritornati a casa, la stagione della piscina era ormai chiusa. Nonostante il tempo trascorso, il mio cassetto era ancora aperto sul mio sogno e non avevo intenzione di chiuderlo.
Aspettai per tutto l’autunno, l’inverno e la primavera, fantasticando sui tuffi che avrei fatto, così originali e stilosi che tutti avrebbero applaudito.
Immaginavo che sul bordo piscina ci sarebbe stato un grande allenatore (erano da poco state celebrate le olimpiadi) che, notato il mio stile unico, mi avrebbe proposto di trasferirmi in California.
Ogni giorno leggevo il cartello con su scritto “Prossima Apertura 20 giugno”, e contavo a ritroso.
Poi, a Pasqua andammo ancora una volta in montagna da mia zia. Al ritorno, in un sonnolento martedì pomeriggio di aprile, vidi una betoniera che colava cemento nella vasca del paradiso acquatico di A.
Si era chiuso il primo e ultimo tentativo di aprire un acqua-park ad A. E così s’era chiuso il mio cassetto, era piuttosto crollato tutto il mobile dove tenevo serrato il mio piccolo, piccolo sogno.
Ben presto al posto dell’acqua park venne inaugurata la seconda officina meccanica della cittadina di A.
Mia madre notò il mio sguardo torvo quando continuavamo a passarvi davanti e si accorse del mio odio verso quello sconosciuto meccanico che aveva ucciso i miei sogni di gloria e tuffi.
E una volta mi disse “Ho visto quando colavano il cemento, c’era ancora acqua nella vasca. Nessuno la vede più la piscina, ma io e te sappiamo che c’è. Tu puoi andarci a nuotare ogni giorno. Anzi, stasera dopo cena ci andiamo insieme”.
Grazie alla poesia che mia madre ha sempre avuto nel cuore e nelle sue semplici parole, quel ragazzino del 1984 è ancora da qualche parte, dentro di me, che fa dei tuffi stupendi.
