Adoro la pioggia.
Adoro i lampi che squarciano il buio, i tuoni che seguono e strappano i contorni netti del silenzio.
A pensarci bene, non c’è molto in questo mondo che riesca a perforare altrettanto bene il buio e il silenzio, i due tratti salienti dell’oblìo, provocando luce e suono, i due tratti salienti della vita.
La voce diffusa di gocce che battono sui tetti, sulle antenne, sul cemento e sullo zucchero, sul sale e sulle auto in sosta.
La pioggia è democratica, scende sugli arroganti, sui disfattisti, sui finti amici, sui pollici, sulle persone eccezionali, sugli ombrelli, piove anche sugli ombrelli.
Ieri, mentre mi godevo la pioggia e il suo fragore diffuso, lasciando aperta la finestra, pensavo che un tempo remoto tutto stava andando bene, non c’era nulla in me che non andasse bene. Questo era prima che nascessi.
Poi ho cominciato ad avere pessime abitudini, quali, ad esempio, quella di studiare e di avere piani per il futuro.
Negli anni ho cercato di smettere, di auto-dissuadermi da certi comportamenti degeneri (studiare, progettare, etc.), ma non c’è stato nulla da fare.
Ho ben avuto dei modelli da seguire, mi ci sono provato in tutti i modi ad imitare i seguenti migliori personaggi del mio paesello, ma con scarsi risultati per la mia bassa propensione al rischio:
Giggino Spa(da)ccino, il distributore ufficiale di droghe pesanti, che mostrava con malcelato orgoglio l’auto e la ragazza entrambe con minigonne e pneumatici da urlo. Benché fosse un monopolista, non riusciva a piazzare granché nel paesello. Devo dire che non mi pareva neppure troppo furbo, visto che il suo punto vendita ufficiale era la biblioteca; credo che le sue entrate fossero principalmente dovute all’export.
Ciccio O’ Putecaro (da a’ puteca, alias il negozio, che credo derivi dal greco apoteka), commesso noto per avero commesso molte rapine, la maggiorparte delle quali nel suo stesso negozio, che poi era del padre e lo riconosceva dai piedi a papera ma fingeva di non accorgersene e poi rimaneva a piangere nel retro, nascondendo il volto tra le mani e singhiozzando così forte che ce ne accorgevamo tutti da fuori la strada, e allora per fargli recuperare qualcosa entravamo a comprare quel che le nostre scarse finanze consentivano.
Rafelina A’ Cicuriara (“cicuriara” è figura retorica, precisamente sineddoche, perchè letteralmente significa venditrice di cicoria, ma in napoletano si sa che indica la venditrice di tutte le verdure), nota baldracca di paese che gestiva, giustappunto per quanto detto in parentesi, un negozio di fruit&vegetables. I più maligni solevano dire che a fine giornata erano meno le banane uscite di quelle entrate.
Mimì ‘o scemo, un uomo corpulento (per non dire gravemente obeso) che stazionava nella piazza del paese tutto l’anno, sempre con indosso un maglione di lana e un berretto dell’inizio del secolo scorso, che d’estate ci sentivamo male a vederlo, e ogni tanto a turno noi lo si riaccompagnava a casa perché puntualmente dimenticava come tornare. Lo vedevamo aggirarsi smarrito a leggere i numeri civici come se volesse guardarli da dentro, tanto che vi si avvicinava, si scriveva sempre il numero civico di casa sua ma poi sudava come una fontana e si cancellava sempre e quando sentivamo che iniziava a chiamare a voce sempre più alta “mammà, mammààà”, capivamo che era ora di intervenire. Qualche volta lo prendevamo in giro, gli chiedevamo quando lo nominavano presidente, ma giuro che era senza malvagità, ci rideva pure lui, non so quanto consapevolmente. Gli volevamo bene.
Ma quello che più di tutti ho cercato di imitare è stato Checco O’ Drogato. A pensare a lui, mi viene da dire che tutto sommato c’è da rimpiangere i tempi in cui chi faceva ricorso alle droghe era così raro da meritarsi un appellativo tutto suo. Elemosinava sempre “cient-ducient lir, frà, tiencientducient-lir, scientduscient lir, frà, e jà, fratè, song’ po’ bigliett’ d’o tren”.
Quanti sogni ho ricamato su Checco O’ Drogato, ovvero su quello che ci faceva con le mie “cient-ducient” lire.
Voglio dire, ‘stu maronn e Checco ogni giorno aveva bisogno di soldi per il biglietto del treno, e io seguivo questo semplice ragionamento: o viaggia davvero molto, comprando biglietti in continuazione, oppure deve compiere un solo viaggio, ma così lungo che sono anni che racimola i soldi per questo biglietto. Deve costare milioni.
In entrambi i casi, vedevo lui e volevo viaggiare.