Settimana scorza ho stato un imbecillo.
Ho avuto la mala penzata di fare una ‘nzalata, come a dicere una cena a che ho anvitato un cofano di amichi vecchi.
Patimo ha arrivato con anticipamento, tice che si ha da arrivare sempe puntuali ai puntamenti.
La cena ha stato fissata di vernedì alle 8 alla sera.
Lui si ha appresentato il mercoledì alla matina. Dice che puta caso che si scassava il treno, avrebbe arrivato ugualemente puntualo.
Io ci ho detto che però il treno non si ha scassato, e che lui ci aveva una muntagna di anticipamento, pure troppamente.
Come che è, come che non è, il vernedì mi ho arritirato dal fare la spesa e appena che ho anticchiato il murillo del curtile ho stato sicuro che Florentino era passato per di qua.
Dimostrantemente di ciò, ci era una pietra del murillo alquanto scapocchiata rispetto al restante delle pietre. Ho spostato quella pietra e ci ho trovato un bigliettiello:
“Gentile Mongolfiere, Le confermo mia presenza. Chiedo troppo o troppo oso nell’agognare la presenza di Fermina?
Florentino A.”
Sempe il solito, ho penzato in testa a me, ha perso il pelo ma non il vizio, a si lo becca il patre di Fermina ci fa il culo a tarallo.
Quanno che si fa l’ora di strafogare, si appresenta puntuale per primmo un barbone che non ho arriconosciuto.
C’aveva un tatuaggio di un’ancora su un braccio, i calzuncielli alla zuava, un paro d’occhi igniettati di sangre, uno sfaccimo di spada che tornava buono per segare alberi.
“Ssscussasse, signore, ma voi chi sarebbe?” ci ho chieduto.
“Nessuno”, mi ha risponnuto.
”E allora si non siete nisciuno, uscite cortesemente fora da casa mia pecchè j’ so pazz”
“Corpo di mille balene, Mongolfiere, sono Nessuno, il capitan Nessuno”
“Uè, Nemo! Che piacere di ti vedere! Trasi dentro, prego, ma c’hai fatto hai cagniato nomme?”
A quel punto vedo di saglire dalle sscale una sgnacchera con un culo a mandolino, le bocce a maracas e i fianchi a chitarrina che me pareva nu cuncertino nel sambodromo do Brazil.
O patre suo anni indietro mi aveva fatto l’imparo, dicentomi che era un piezzo di femmina, ma non si era mai sperticato nelle descrizzioni. Hernest era fatto accossì. S’era incarognito contro la poesia, ticeva che esprimeva troppo in troppo poco, ma siccome che la prosa pure ci ammosciava la uallera dicendo poco in troppo-troppo, Hernestino Heminguei s’era miso in capa di cagnare le carte in tavola.
Lady Brett era un incanto. Io bene o male mi sono trattenuto, ma quell’arrapato di Nemo per poco non si scapicollava per baciarle la mano (e penzo che voleva anche altro, di baciare).
Brett ha ritt “Mongolfiere, mi sento così bagascia”
Ed io “Oi Brè, abbada a come parli che questo qui non è fesso come a Jake che parlava parlava ma nun combinava mai gniente, questo qua ti chiude dentro a una nave e ti fa uscire dimmagrita che mammeta non ti arriconosce.”
Non faccio a tiempo a inserrare la porta che una bestia di cagno mette il muso dentro casa, e per poco non ci rimango secco.
“Ue maronna mia, di chi di è questo cane?”
Nessuno risponde.
“Oinè, i chi caspita è stu cane?”
“Di Nessuno” sentetti di dire dal trombone delle scale.
“Corpo di mille balene se è mio, falso!”, risponnette capitan Nemo.
“Nemo tu stai sempre in mezzo come il giorno di Mercurio. Il cane è il fido Argo, ed è mio”, dicette Ulisse, detto Nessuno per uno scherzetto che facette a Polifemore parecchio tempo fa. Nel mentre che rispunneva al capitano, Ulisse si lasciatte cadere come un sasso sul mio divano e dicette che era stanco pecchè aveva viaggiato un sacco e sulla A1 tra Roncobilaccio e Incisa Valdarno ci stava nu traffico da Madonna che la sua triremi si ha arriscaldato il motore e ha dovuto venire a remi.
“Mongolfiere, neppure quando andavo a Troia le mie membra si sono stancate tanto”.
Tu vedi un poco a stu fetent, penzai in capa a me, va a mignotte e s’allamenta pure.
Che lo pozzino ampennere, non zi lavava da un paro d’anni e quinti mi ha inchiavicato tutto il divano.
Questo rumpascatole di Ulisse accominciò poi col suo pippone, mi voleva contare tutta la sua odissea, ma io ci ho dato un sacchetiello di poppi corni che ci ha tenuto la vozza impegnata a quello zingaro vagabondio, così che non puteva ammorbarci colle sirene, i compattimenti, il traffico e compagnia cantando.
Bussano alla porta, vago ad aprire e chi ti trovo? Nientemeno che la vecchia Moll, che stava orecchiando da parecchio evidentemente pecchè si rivoltò a Brett e ci dice:
“Prima di definirsi bagascia dovrebbe leggere le cronache della prigione di Newgate, o recarsi al tribunale dell’Old Bailey. Sa, lady Ashley, è già amore sapersi sopportare”
Apretti una butteglia di Martini per sciaquare il gargarozzo dei miei primi oscpiti, ma mi ho pentito subito perché quella Brett era una imbriacona di prima qualità! Ogni tre secondi a dire “Beviamo ancora”. Diceva che stare imbriaca le arricordava i bei giorni alla fiesta di Pamplona.
Chi le capisce le donne è bravo o veramente.
Bussano ancora alla porta virulmente.
Arapo la porta e mi trovo un signore tozzo tozzo.
“Ue’ Umbertì, ma che fine hai fatto? Nun ti si sente più, ti si fatto i sordi?”
“Uelà gente di mare” ffa isso.
“Eccomi”, fa Nemo.
“Ue’ oi Né ma stai sempre in tredici?”
“Lo sguardo all’orizzonte se ne va” continua Umbertino.
“Umbè si nun a firnisci mi sa che te tocca e seguì o sguardo”
Di stramacchio mentre che stavamo impalati sulla porta a salutare a Umbertino, si intrufola una giovane donna alta e bella; i suoi capilli, neri e abbontanti, si accentevano ai raggi del sole, ed il suo viso, oltre alla bellezza che gli conferitava il culorito e la regolarità dei lineamenti, era illuminato da due occhi scuri e profonti.
Teneva sempre quella chiavica di corsetto con ricamata quella A che mai ci ho capito che mi stava a significare, stando che quella femmina si chiamava Hester Prynne, e la A non s’appattava né con Hester né con Prynne.
Pure Hester non ci pareva, ci tava tentro alla grante con la butteglia, e così già mi hanno partiti i primmi quinnici euri, penzavo, quanno s’afaccia appena una donna alta e sottile all’estremo, che per capacitarvi di comme era fatta, in un ovale d’indescrivibile grazia, mettetenci, sotto archi di sopracciglia così puri da dirsi dipinti, due occhi neri: velateli di ciglia che abbassandosi ombrino appena il rosa delle gote; tracciate un naso fine, diritto, si inzomma si la vulite conoscere venite sopra a feisbùk che vi faccio avvedere le foto. Margherita è sempe stata na granda sventola.
Siccome che c’erano i soliti sscccostumati che stevano facendo ritardamento, ho accominciato a portare gli stuzzicolini per tramente che aspettavamo.
Io ce lavevo detto a Ulisse di metterci la museruola a quella bestia di Argo, s’è scofanato tutti i pistilli, le nocelle, i lupini e i taralli.
Stavo andando a prendere lo scopettiello quanno bussa alla porta un fioraio.
Io ci arapo la porta e quello mi mette in mano duecento camelie.
“Chi me le ha mannate?”
“Una signora”
“E comme si chiama?”
“Non ha lasciato detto.”
“Ma sta signora delle Camelie ha lasciato armeno un bigliettiello?”
“E’ salita poco fa, dovrebbe essere in casa sua dottò”
Margherita (ma dico io, una che si chiamma Margherita pecchè mai si va a fissare con le camelie? Non puteva pigliarsi la fissazione per le marcherite?) è sempe stata un poco strana. Ma ti pare che uno primma si appresenta a casa e poi manna i ciuri?
Quell’Umbertino non ci pare, eh, sai che ha ditto quanno ha sentito che Margherita era la singora delle Camelie?
“Stavamo scarsi a baldracche”…