Sarebbe bello poter volare via. Lieve come un’ala d’aria, salire in mongolfiera, senza fretta, senza meta, senza rotta e senza alcun peso che non sia essenziale. Seguire correnti ascensionali, immersi nel suono del silenzio, rotto solo dal proprio respiro o, al massimo, dal vento. Vedere i miei problemi rimpicciolirsi sempre di più, i fiumi, gli ingorghi, gli operai sopra i ponteggi, le barche agli ormeggi, salire, continuare a salire mentre la città si confonde con la campagna e tutto è macchia indistinta, una sorta di passato centrifugato.
Lontano dagli impegni, dai conteggi, dalle liti, dalle discussioni, le voci dell’arroganza e della sopraffazione sarebbero finalmente spente, nessuna possibilità di arrivare fino alle nuvole, dove ora navigo.
Lasciarsi trasportare dall’onda degli attimi, sentire i miei battiti, provare brividi, sentire solo la eco del dolore, come premere piano sui lividi, salire tanto da riuscire a scorgere lontano non solo nello spazio ma anche nel tempo, riabbracciare con gli occhi quel giovanotto che amava Paperino e odiava Gastone, le sue preferenze sempre così nette, l’adolescenza è il regno delle finte certezze, che, seppur finte, prima di cadere hanno la straordinaria forza della verità, o forse sarebbe più corretto definirla fede.
Volare via, senza scossoni, in mongolfiera, verso una luce più gentile, che sappia attutire tutto questo frastuono.
Questo frastuono che sento dentro.