
Ha i capelli bianchi e crespi, porta occhiali spessi in bilico sulla punta del naso. Il crepitio del fuoco è l’unico suono, lei siede sulla sua vecchia poltrona, le mani intrecciate e gli occhi colmi d’amore. Guarda fuori, oltre la grande vetrata. Le luci di Natale ancora sbrilluccicano nel buio della campagna, appese alla grondaia del vicino. I piatti sono già stati lavati e riposti, i regali scartati, le bucce d’arance riciclate sulla stufa di ghisa. Le candele si sono consumate, non del tutto, qualcuna verrà riutilizzata più in là. Le risate e gli strepiti dei nipoti sono eco in dissolvenza.
I rami sono pieni di neve. Il vento serpeggia nel vialetto, alzando mulinelli bianchi di vapore. Lei spinge fuori il suo sguardo, mi sta aspettando. Torno, entro, apro la porta e chiamo il suo nome. Le faccio cenno di non alzarsi, la vedo, lì, nel suo angolo, sulla sua solita poltrona. Il caldo della casa, del fuoco, del ritorno, mi invade. Il terreno sotto i miei piedi si solidifica. Quella sensazione impossibile da dire, che provi quando sai che la terra, gli alberi, le pietre lì intorno, non sono solo terra, alberi e pietre. Sono entità che rimangono, rimangono per farti sentire “tornato”. E sono lì ad aspettarti anche, soprattutto, quando tu non ci sei. Come lei.
L’abbraccio a lungo. Sto per partire. Ancora. Ma tanto di tempo ce n’è per restare insieme.
Tornerò ancora.
L’anno prossimo.
E sarà come l’anno scorso. E l’anno prima.
Perché di tempo non ce n’era, in realtà.
La neve è caduta. Così anche tu.
Ed io alzerò ogni fiocco di neve, per ritrovarti di nuovo.
Sotto ogni fiocco di neve, guarderò.
Buon Natale, ovunque sia il cielo che tu ora stai imbiancando.




