Marcella Donagemma ha scritto tempo fa un post meraviglioso (uno dei tanti, a dirla tutta) qui: http://ameraviglia.com/2024/01/16/fiammata/
E quel post mi ha fatto riflettere su quanto sia difficile avere un album mentale di foto-ricordo, quando si parla di felicità. I momenti brutti rimangono più impressi, a volte scolpiti nella roccia. Quelli luminosi, “sottili come raggi di luce” (per rubare l’espressione a Marcella, non me ne voglia) sono proprio come la luce, non la puoi mica immagazzinare, né archiviare. Viaggia troppo veloce e non la puoi fermare. Non la puoi rallentare (e a dirla tutta neppure accelerare). Come il tempo. E l’esistenza stessa. Per questo un giorno che mi trovavo, con immensa fortuna, al cospetto di un filosofo orientale di un certo rispetto, mi venne da chiedergli:
“Come riconoscere la verità, maestro? Quella che è verità del presente, è sfuggente come il giorno o come la felicità, quella che è verità nel futuro, non lo è ancora nel presente, e quella che è nel passato, è soggetta alle distorsioni delle testimonianze, siano anche le mie proprie e personali”.
“Cos’è questo?” mi chiese, mostrandomi una noce di cocco.
“Una noce di cocco” risposi titubante.
Il filosofo la spaccò in due e mi ripeté la stessa domanda.
“Cos’è questo?”, puntando con entrambe le mani le due parti in cui s’era divisa la noce di cocco.
“Sempre una noce di cocco, però a pezzi”.
A quel punto tolse tutto il guscio e lo gettò in un bidone. Indicando quel che restava sulla tavola di pietra che ci divideva, mi rifece la stessa domanda.
“Cos’è questo?”
“Beh, una noce di cocco, senza il guscio”.
“Ma è ancora cocco, giusto? Se tu lo mangiassi, diresti di aver mangiato una noce di cocco, mi sbaglio?”
“No, non ti sbagli, è così”.
A quel punto il filosofo mangiò due pezzi di cocco, altri due pezzi me li offrì ed io li mangiai, sempre più titubante.
“E ora, cos’è questo?” chiese per l’ennesima volta, mostrando i pochi rimasugli.
“Uhm, non so, non mi sento di dire che è ancora una noce di cocco. La noce di cocco non c’è più”.
“Davvero?”
“Beh, non è più qui davanti. C’è una sua parte”.
“E dov’è la noce di cocco?”
“Beh, in-in quel, quel bidone, e poi, poi, nel tuo stomaco, e nel mio stomaco…” balbettai.
“Così la riconosci la verità. L’unico modo è farne parte. La noce di cocco è anche dentro di te. Come nel bidone. Fa davvero differenza, dove sia finita? C’era. C’è ancora. C’è sempre. C’è solo il tutto. L’universo è un immenso specchio, o un immenso frutto. Uno solo. Che sia diviso in mille spicchi e che ogni frammento brilli nel suo buio, nel suo minuscolo arco di cielo, è irrilevante. Ogni tanto raggi di felicità colpiscono i cocci che noi siamo, e allora ci illuminiamo e, seppur non possiamo trattenere la luce, possiamo rifletterla e farla vedere agli altri. Dissolvere brani di tenebre.
Quei lampi nel buio sono i pilastri della realtà. E della verità.
Cartesio c’era andato vicino. Ma non è “cogito ergo sum”.
La verità è “cogito ergo sumus”.