
Una folata di vento piegò gli steli d’erba e il pensiero mi tornò su Coffee, conosciuto anni prima sui gradini di quello stesso sagrato dove ora me ne stavo a ciondolare. Ero cambiato così tanto, ora consentivo agli altri di oltrepassare i miei alti steccati, tenevo corsi di pittura per bambini, non rifiutavo più il mio dono anche se certi giorni era una maledizione.
Il traghetto nel porto avrebbe suonato come sempre la sirena tre volte, quindi ero sicuro non l’avrei perso. Tornai in casa a prendere una tela e un astuccio di stoffa, l’antico bruciore s’era rinfocolato e avevo bisogno dei miei acquerelli per spegnerlo. Tornai alla banchina, fermandomi all’altezza delle bitte per legare gli ormeggi. Iniziai a disegnare un soggetto che mia nonna avrebbe approvato; o magari sarebbe andata su tutte le furie: lei era bigotta, e i suoi scoppi di collera imprevedibili come venti di marzo. Chi mi avesse visto lì, davanti a quella distesa d’acqua, senza dubbio si sarebbe aspettato che stessi disegnando ciò che avevo davanti agli occhi. E per certi versi ci avrebbe visto giusto, solo che non erano gli occhi del volto, quelli che stavo usando.
Disegnai le mura di Gerusalemme e abbozzai il giardino di Getsemani. Accennai il profilo del Monte degli Ulivi, cercai di rendere l’idea di un tripudio di gelsi, mandorli, eucalipti, vitigni e nespoli, e riservai un posto a un agrumeto delimitato da pietre bianche come quelle dei cimiteri irlandesi. All’estremità a est, resi l’idea di un giardino che digradava in un dirupo degno di Tolkien. Oltre il dirupo, correva il deserto di Giuda e, quasi all’orizzonte, con poche linee azzurre provai a dipingere il Mar Morto. I colori s’imprimevano sulla tela, togliendole parti di bianco, effimeri come la vita che ci strappa al nulla per lo spazio di un mattino limpido.
Il mio sismografo interiore vibrava impazzito, come i miei pensieri, pietre di tufo che perdevano continuamente polvere rossa a ogni sfregamento, perdendo massa e sostanza eppure mantenendo, tutto sommato, intatta la loro forma di mattoni squadrati. Quante volte avevo passeggiato tra quelle mura dei ricordi? Non erano ancora mai crollate e, sebbene entrassi ogni volta da una diversa porta, la pianta mi era del tutto familiare.
Rammentai quello che diceva sempre Coffee: le cose grandi come le galassie compiono viaggi estremi, coprendo distanze siderali, nella più totale calma e nel più profondo dei silenzi. Dipingevo ancora con la lingua tra i denti, come tanti anni prima, ma non tentavo più di ricordare le regole. Mi ero fatto grande, dopotutto. Ripensai alle incombenze che mia nonna mi vietava, in attesa che mi facessi abbastanza grande, e ai fogli sul frigo con cui tentava d’imbrigliare l’oceano della vita in una rete piena di buchi. Sorrisi ricordando quando, in collera con mio padre, sibilavo alle sue spalle che i grandi non sono poi tutti così grandi.
Chiusi gli occhi sul dipinto e sul palato della mente esplose il sapore acerbo dell’amore che provavo per quella donna, proveniente da luoghi a me ignoti (qualcuno può dire davvero di sapere da dove vengono le persone care?) Dovetti ammetterlo a me stesso, per quanto mi ripugnasse: l’amavo ancora, benché fosse tutto sbagliato. Sentivo in lei il profumo d’un giardino che nessun’altra terra avrebbe potuto ospitare, un crepuscolo albicocca sbocciava sulle sue guance e ammazzava il mio giorno ogni giorno, vedevo nei suoi occhi il cielo di Persia che stendeva le sue braccia su lande velate di azzurro e cime innevate, nel mezzo di un continente ghiacciato, tutto sbagliato, la sua anima era vasta come il lago del tempo passato, un lago fatto però di pietra e cui si accedeva solo tramite un sentiero di betulle e spine di ruggine. Sentii nitido il profumo di Gerusalemme, la sua polvere e il suo disequilibrio tintinnare e danzare insieme a milioni di campanelli di ricordi, illuminati dal sole della rimembranza, tra i cui raggi vorticavano come pianeti tutti insieme, seguo l’orbita di uno in particolare: la volta in cui ci colse di sorpresa la notte, sebbene mi paresse da poco spirato il mattino. Decidemmo di accamparci in un caravan serraglio infestato da ogni tipo di rampicante. Dalle brume della mia memoria riemersero nozioni sui caravanserragli: non erano luoghi di accoglienza per le carovane che attraversavano il deserto? Perché ce n’era uno lì? Non lo ricordavo.
La notte era sapida e nitida, miliardi di stelle brillavano lontane tremolando al ritmo dei grilli e delle rane. Si muovevano anche loro nel silenzio, e nel più profondo dei silenzi bruciavano tutto quello che avevano dentro, come me. Bisogna stare attenti a non fare la fine delle stelle: quando consumano la maggiorparte di ciò che hanno dentro, si espandono e bruciano i pianeti cui hanno donato la vita e che hanno tenuto più vicino con la loro forza di gravità (non ricordo più chi ha detto che la gravità è la soluzione che ha trovato l’Universo al problema della solitudine).
Calai le palpebre su quel cielo così profondo e mi addormentai con il volto immerso nel suo seno. Al risveglio la trovai china su di me.
“Perché mi baci le palpebre mentre dormo?”
“Voglio sapere che sapore hanno i tuoi sogni”.






