C’era uno sfasciacarrozze nella cittadina di A., adagiato ai margini di una statale piena di crepe nell’asfalto, buche e macchie d’olio, per non parlare dell’esteso arcipelago di gomme da masticare inglobate nel manto stradale.
Il cancello d’entrata era (o mi sembrava) altissimo e ricoperto interamente di ruggine. Le sbarre erano piuttosto ravvicinate, ricordo che ci passava a stento il mio braccio. Passavo spesso di lì fuori dagli orari “d’ufficio” (che non mi è mai riuscito di capire quali fossero, avendo visto il gestore di quel posto un paio di volte in diversi anni.
A guardia dei relitti d’auto c’era un cane spelacchiato, con le costole ben in evidenza e una ciotola sempre vuota. Ogni tanto dividevo con lui la mia merenda. Però mi ringhiava sempre. Suppongo fosse il suo dovere istituzionale, incorruttibile. Un giorno, vidi che il guardiano dei relitti mangiava con meno voracità del solito. Tornai a casa perplesso. Il giorno successivo, non mangiò per nulla. Probabilmente stava morendo, pensai. Il giorno successivo arrivai un poco in anticipo, ero in ansia, e trovai una ragazza accovacciata, con il braccio proteso per lanciare la sua merenda quanto più vicino possibile al guardiano, libero di muoversi solo entro il paio di metri di catena che lo assicuravano a un palo della recinzione laterale. D’impulso, le chiesi se voleva dare un’occhiata dentro. Non si fece pregare, scavalcammo in un punto in cui la recinzione era particolarmente accessibile e ci trovammo davanti un mondo sconosciuto. Salivamo sulle auto di lusso (o meglio, sui loro relitti) e ci sentivamo ricchi. Io mi sedevo al volante, lei nella parte posteriore, quasi sempre sedavamo sul pianale o quel che ne rimaneva, essendo i sedili probabilmente materiale riciclabile più facilmente. Ogni tanto giocavamo alla scalata, sfidandoci a chi salisse più in alto arrampicandoci su piramidi d’auto in bilico. Cominciammo a trovare anche cartoline, fotografie sbiadite, santini magnetici e altri oggetti che, chissà quanto tempo prima, dovevano essere stati tanto importanti per le persone che guidavano quelle auto. A volte erano infilati sotto i pedali, a volte ancora custoditi nei cruscotti che nessuno avrebbe più aperto.
Ci siamo amati tra parabrezza sfondati, sedili divelti, volanti ormai fissi e carcasse dalle saldature cedevoli. Il nostro amore è sbocciato così, in mezzo ai rottami, in quel luogo cosparso degli avanzi ferrosi del tempo passato. Abbiamo continuato a rifornire il “guardiano” dei relitti con le nostre merende, dapprima ogni giorno, poi saltando di tanto intanto, finché abbiamo smesso del tutto.
Anche d’amarci. Ma mi piace tornare con la mente nello sfasciacarrozze del nostro amore, sedermi ancora al volante di un’auto che un tempo era stata tanto preziosa. E fingere che sia ancora io a poterla guidare.
È notte fonda. Le stelle bruciano inosservate. A sedici anni, te ne catafotti. Al massimo, le usi per mettere la mano sulla spalla di una pollastra mentre fingi di riconoscere decine di costellazioni. Le butti a cazzo, ti basta parlare di triangoli e rettangoli. C’è sempre un triangolo lassù. Le luci artificiali sono poche. Non esistono i led, ancora non li hanno inventati. I lampioni hanno aloni lattiginosi. Si può dormire in spiaggia. Non ci sono vigilantes armati di torce e quad elettrici. Non esistono quad elettrici. Amazon non esiste. Se hai bisogno di uno stendino o di un dildo alle due di pomeriggio di domenica, sostanzialmente ti fotti, e aspetti il martedì (che di lunedì trovi chiuso), poi vai in negozio e se non lo trovi ti arrangi. Per millenni non è mai morto nessuno. Andrea porta la bamba. Riesce sempre a procurarsela, nonostante sia povero come la merda. Secca. Lo adoro. Sospetto sia piuttosto liquido. Ogni tanto mi fissa il pacco. Non potrei giurarci. Ho dormito a casa sua non so quante volte, ma non ha mai fatto avances. Sua madre beve. Suo padre chissà. Non si vede da due anni. Quel tabacchino doveva essere fottutamente lontano. Andrea accende un cannone e me lo porge. Rifiuto con una determinazione che, a distanza di anni, mi pare eroica. I nostri amici (il merda, spino, skateman, e la Barbara, sogno erotico di tutti) se la passano, io vengo escluso, in qualche modo. La risacca produce rumore di ossa triturate. È il tempo che si destruttura, potrei vederci un orologio liquido di Dalì su quella spiaggia, se avessi la vista acuta. Apriamo un cocomero. Lo mangiamo con l’avidità della gioventù. I lettini sono di stoffa vera, niente plastica. Stoffa e legno. I giunti metallici lasciano segni di ruggine. La sabbia è piacevolmente fredda e sembra brillare dall’interno. Nel buio la spuma cattura raggi spezzati di luna. L’odore di salmastro è fortissimo. Le luci di fonda delle barche parcheggiate nella baia ondeggiano, metronomi delle ombre e delle onde, mettono ordine nella sinfonia caotica su cui danza ancheggiando il mare.
Andrea mi stringe la spalla e mi presenta un nuovo amico, quarantenne. All’epoca i quarantenni mi sembravano vecchi. ‘rcatroia.
Non mi piace. Non fissa la scollatura di Barbara, il che è sospetto.
“Il mongolfiere ha casa libera”, si lascia scappare l’idiota. Il quarantenne ci offre altra bamba e chiede se vogliamo fumarcela da me.
“Sì, dài”, fa Andrea.
“No, stasera torna mia zia”, mi invento su due piedi mentre osservo di sottecchi il quarantenne.
Ha lo sguardo famelico. Mia madre, sia lodata ovunque splenda, mi aveva sempre messo in guardia dagli estranei. E dai pedofili. Il che era tutto fuorché scontato per un maschio. Sono le quattro ed io cado dal sonno, mi trascino via Andrea lungo la passerella. La sabbia entra nelle scarpe. Tiro la stecca di un biliardino mentre passo, per rallentare il quarantenne che ci segue. Porcatroia. Ci offre un passaggio e noi ringraziamo a distanza ma no, torniamo a piedi. La strada è deserta e luccica di brina. Il giallo del semaforo si riflette sull’asfalto e sembra un segnale di pericolo. Perdo ogni ritegno e comincio a correre mentre il quarantenne avanza con calma nella sua Saab 9000. Sembra perfetta per contenere – chiuso nel bagagliaio – un cadavere. O magari due. Ormai corriamo a perdifiato e lui pure ha perso ogni maschera, i fari puntano dritti su di noi. Andrea inciampa, io mi fermo, come in un film d’azione lui mi dice di scappare e di non perdere tempo ad aspettarlo. Io gli tendo la mano mentre lo stronzo ci piomba addosso. Spingo Andrea sul marciapiede e per un soffio non ci taglia le gambe. Inchioda. Le luci dello stop sono rosso marcio e me le sogno ancora.Ci infiliamo nella pineta. È il nostro territorio e lo conosciamo bene. Scavalchiamo un muretto di cinta dove la recinzione è tagliata. Vediamo a pochi metri i suoi fari che scandagliano le strade. Percorriamo gli ultimi metri girandoci di continuo. Finalmente a casa. Abbiamo dormito insieme, dopo aver bloccato le tapparelle incastrando spazzolini lungo le feritoie di scorrimento.
Il giorno dopo eravamo in spiaggia a corteggiare le pollastre e fare gare di rutti.
Succedesse oggi, due anni dall’analista. Ma che dico. Due anni me li faccio se solo prendo una multa. Figuriamoci.
Nessuno ripassa a memoria eventi che non hanno lasciato ferite. Il MedioEvo, la scoperta dell’America, l’11 settembre, JFK, Malcolm X, Rosa Parker, le Guerre Mondiali, il Vietnam, il ’68, gli anni di piombo, tangentopoli, le stragi di mafia, la rivoluzione industriale, le missioni Apollo. Succede lo stesso con le storie d’amore. Ripensi a quelle più tormentate, quelle che ti han fatto piangere disperato, quelle che ti han tolto il sonno e la serenità.
In fondo, il nostro cuore è come la Storia del mondo: una serie nutrita di solchi, nient’altro che una grande, immensa serie di cicatrici profonde.
Nel bel mezzo della primavera, reduce da tasche particolarmente resilienti di inverno, mi avventurai tra le pieghe della montagna, dove l’aria frizzante tatuava di brividi il viso e la voce dei torrenti si diffondeva in ogni direzione come una melodiosa radiazione cosmica di fondo. Il sentiero si snodava come un nastro di seta sfilacciata tra le rocce, costeggiando laghi in cui si specchiava, vanitoso, il cielo e le sue nuvole. Le valli, ricamate a verde prato, erano punteggiate da pittoreschi villaggi di pietra, le case abbarbicate sui burroni, le facciate piene di finestra lasciavano il passo a roccia liscia e poi grezza, in perenne gara con la gravità.
Ogni passo era una scoperta, ogni angolo un’emozione. Ammiravo l’imponenza delle cime innevate, le sentinelle che alzavano l’ermellino sulle loro spalle al cielo, la luce del sole, stanca del viaggio, che si tuffava in cumuli di neve compatta e rimbalzava indietro, condannata, com’era, a non rallentare mai, qualsiasi cosa accadesse, e mi lasciavo avvolgere dal sacro silenzio dei boschi, la cui solennità veniva ispessita anziché rotta dal canto frivolo dei fringuelli.
Iniziavo a credere che quel giorno e quel sole e quel nitore dell’aria, che sembrava aver raddoppiato la sua usuale trasparenza, sarebbe durato tutto per sempre, quando il vento s’alzò, passando da brezza a furia ma prendendosi il suo tempo, come a smentire e smontare, pezzo dopo pezzo, tutto il mio sentire. I lampi rompevano il cupo crocchio di nembi plumbei, i brontolii del cielo squillavano come trombe che annuncino l’ingresso trionfale del generale temporale, tutto esigeva prudenza e ritorno ma quando hai fatto tanta strada, ti ostini a coltivare speranze e andare avanti. Il cielo si oscurava sempre più, il vento eiettava il suo urlo di battaglia contro alberi ed arbusti, la pioggia scrosciava in diagonale e la terra mutava lentamente in fango. Trovai riparo in una piccola grotta, o per meglio dire all’incrocio di due massi curvi, alti come armadi di giganti, rivestiti di muschio, dove rimasi ad osservare lo spettacolo della natura che si scatenava nella danza della trasformazione.
Sporco, stanco e, a dirla tutta, anche spaventato, lentamente voltai le spalle al sentiero e al suo inoltrarsi sulle alture, scivolando e cadendo ogni tanto, sono ridisceso a valle, ma il profumo della pioggia che incontra la roccia rovente del sole appena scomparso, quel miscuglio di erba, fiori e vento mescolato a calore e acqua fredda, piovuta da lontano, m’è rimasto tutto addosso.
Chissà se tu, che sei quella montagna e quella primavera nel cuore del mio inverno, tu, che sei quel passo impervio e quella tempesta da cui mi son riparato all’ombra delle rocce, chissà se tu hai capito che sto parlando proprio di te.
Ti ho intravista tra i vicoli di Bangkok. Avevi quel cappello inverosimile, verde smeraldo, alto quanto una guglia del Wat Phra Kaew. Te lo ricordi, il Buddha di Smeraldo? Eravamo sull’orlo di un radioso futuro. Come spesso accade. Esuli, scompaginati dentro, alla ricerca di una forte identità perduta. Scale invisibili scendevano al fiume e ai canali da ogni anfratto della mia anima. Le insegne al neon fluorescente illuminavano le pozzanghere, sudore e pesce arrosto, alcol e incenso che si mescolano a voci d’ogni lingua. Non esiste un posto come Bangkok in questa parte dell’Universo. Ci sentivamo a casa perché nessuno si sentiva a casa, qui, il concetto di straniero sembrava il rimasuglio di un’operazione matematica scritta alla lavagna, come poteva apparire in pieno agosto, quando la scuola era ormai chiusa e di essa rimaneva solo l’ombra che il cancellino non era riuscito a sopprimere del tutto. I farang si mescolano ai thai, comunità di cinesi, giapponesi, indiani, filippini, europei (la piaga dell’Asia, posso dirlo?), americani (flagello dell’Asia, dell’Europa, dell’Artide e dell’Antartide e, sospetto, della stessa America), per certi aspetti i vicoli e i canali di Bangkok mi fanno tornare in mente le strade dell’India, solo con molto più sesso a ogni angolo. Centri massaggi, hotel di lusso, circoli “culturali”, ristoranti e magnaccia, l’offerta è continua e asfissiante. Bangkok straripa di uomini soli, il loro sguardo è perso, come le loro camice stazzonate, le fronte imperlate, i fiati corti di chi ha troppi kili e troppi gin in corpo. Le cravatte sono tutte allentate, le maniche delle camicie rialzate. Non ho mai assistito a tanta vicinanza tra sacro e profano, tra superficie e profondità umane. La pioggia è stretta, scende a pacchetti compatti quasi orizzontali, il vento piega le palme le cui fronde toccano il terreno, oscillando da un lato all’altro, mentre le insegne continuano a spandere la loro luce artificiale stucchevole, pastello, fluo, fa male agli occhi girare oltre il calar del sole tra i vicoli di Bangkok.
Ogni volta che ripenso a quella città, riappare però un’altra luce, nei miei ricordi, la tua, così simile al tramonto che sparge fiamme sulle guglie dei templi e rende plastica l’illusione che essi siano d’oro. Non ho imparato più di tre parole nella tua lingua, ma sono poche le persone con cui son riuscito a comunicare più intensamente.
Oggi piove, e questa pioggia fitta m’ha traghettato lì, tra quei canali di Bangkok, dove son sicuro ancora svetta il tuo cappello verde. Se mi alzo sulla punta dei ricordi penso di poterlo ancora intravedere, tra il fiume in piena dell’umanità che cammina, come si cammina a Bangkok: senza una meta.
Prendo sempre il posto vicino al finestrino. Le città le devo guardare dall’alto la prima volta. A Chongqing (China) intravidi file interminabili di grattacieli che mi fecero pensare alla scena di Matrix in cui si vedono, a perdita d’occhio, frattali di uomini in salamoia, addormentati e controllati da un gigantesco grande fratello che gli inoculava una realtà virtuale spacciandola per vera. Chissà quanto il regista s’è ispirato per davvero ai cinesi.
Di recente sono atterrato a Nuova Delhi e quel che ho visto dal finestrino ha smosso corde profonde: una quantità anomala di falò e fuochi vari. I fuochi visti da 10.000 piedi nella storia dell’Umanità sono una novità davvero recente. Almeno, come punto di vista. Come vedere sorgere la Terra. Sono visioni che sfiorano solo la superficie del nostro inconscio, non avendo avuto generazioni e generazioni di precedenti “esperienze” per sedimentare e consentire la comunicazione transgenerazionale che, come è risaputo, è più profonda quando avviene per via inconscia tra individui. Quello che comunichiamo con l’amore sul serio non ha bisogno di parole, anzi, è più profondo quando è scritto nella lingua arcaica del silenzio, così come certe luci son più profonde proprio quando tagliate dalle ombre.
All’aeroporto mi accoglie Cassano. Lo chiamo così perché – non so dove – ha imparato l’espressione “Mitt’ a Cassano” e la ripete a sproposito, ridacchiando e mettendo in mostra i suoi denti in stile pianoforte (se mai il pianoforte avesse, oltre ai suoi tasti neri e bianchi, anche un do centrale d’oro).
“Sarà l’ora di una bella sega, in Italia?” credo di avergli sentito dire appena ci siamo incontrati. Non ne sono sicuro, ma dopo quindici giorni insieme il dubbio è cresciuto.
Fende il traffico come una freccia infuocata su strade di burro, suona il clacson come intercalare, lo inframmezza a ogni frase. Stranamente non dondola affatto la testa come mi aspettavo facesse.
“Ma come, niente pallino rosso?”, gli chiedo.
“Non sono mica induista, Mongolfiere. Trombare bello, in Italia, tutto il giorno?”
“No trombare niente, Cassano, ma come, non siete tutti induisti?”
“Stadio e pizza e voi trombate forte, in Italia?”
“Non so, dipende, non abbiamo mica tutti il pallino del pallone, per dire”.
“E noi non abbiamo mica tutti il pallino rosso. Non siamo tutti induisti. Non siamo neppure una nazione. Ma 28.”
Erano mesi che non trovavo pace. Continuavo ad avere scontri con persone del mio team di base in India, su questioni d’ogni genere. Era d’obbligo, quindi, venire di persona a rendermi conto della situazione, intuivo che non potevano essere tutti gli altri sbagliati, ed io solo ad aver ragione. Quando ti accorgi che tutti guidano contromano, come si suol dire, è probabile che sia tu quello contromano.
Sono atterrato a Dheli a notte fonda. Appena si sono aperte le porte esterne dell’aeroporto, sono stato letteralmente investito da un’onda di calore che mi ha stordito, insieme a un concerto di suoni che per tutto il mio soggiorno non mi ha più abbandonato: stridore di ferri, pompe elettriche in azione, pompe meccaniche, voci salmodianti in lontananza, strilli di bambini ma, sopra tutto e tutti, i clacson. Qui il clacson sostituisce integralmente i retrovisori centrali, gli specchietti laterali, i fari abbaglianti, gli anabbaglianti, le frecce, gli stop, le luci per la retromarcia, i vaffanculo e persino i chitemmuort. Questi due ultimi scopi di utilizzo del clacson, però, a differenza di quanto siamo abituati noi italiani, sono decisamente la minoranza. Il livello di tolleranza sulle strade dell’India è un qualcosa di braminico, buddico, zen, insomma è inconcepibile per me. Ai primi clacson che ho sentito, sobbalzavo, pensavo ci stessero investendo, e pensavo che il tassista avrebbe risposto in qualche modo, invece niente, pressoché ignorato. Unico segno di aver sentito il clacson, una deviazione di pochi cm con lo sterzo, sufficiente a evitare lo scontro. Becchi uno in contromano (succede praticamente a ogni metro, e per noi italiani la cosa ci manda in confusione, visto che già di base qui si guida “contromano”, secondo i nostri standard…), e cosa fai? Un colpo di clacson. Ma solo se ti sta venendo addosso, se invece è contromano ma a distanza di sicurezza (che vuol dire due o tre millimetri più in là) neppure gli suoni il clacson. Quello davanti si ferma nel bel mezzo della strada, magari anche vicino a un incrocio, e incomincia a fare inversione di marcia? Colpetto di clacson e via. Niente gesti, niente strilla, taxi zen.
A complicare la faccenda, non esistono semafori, o almeno diciamo che tolte due o tre arterie principali della capitale, in provincia (dove ci sono città grandi e popolose come la California, per intenderci cosa qui è “provincia”) i semafori non esistono. E non è che non funzionino, non ci sta manco il palo, niente, nisba, nada de nada, amigo. Si attraversano gli incroci con un fatalismo totale, ogni svolta potrebbe essere l’ultima. Anche perché quasi sempre ci sono due strade a doppia corsia che corrono parallele, quindi gli incroci sono doppi, quando inizi a svoltare a destra ti trovi non solo quelli che vengono di fronte dalla tua stessa strada, ma anche tutti quelli che vengono sia da nord che da sud sulla strada parallela alla tua. E spesso di strade parallele ce ne sono anche tre. Per farvi capire, immaginate di essere sull’autostrada A1 Milano Napoli, immaginate che Salvini, nella sua infinita onniscienza, abbia deciso di rendere le nostre autostrade a doppio senso di marcia, e ora immaginate pure che ogni duecento metri abbia deciso di piazzare un incrocio. Ecco, queste sono le strade, qui. A ogni svolta il mio volto sbiancava nel guardare l’enorme flusso di auto, camion, motocicli, scooter, biciclette trasformate in carri, ape-car (i tok tok mi pare si chiamino) che venivano di fronte, da dietro, sopra, sotto, da sinistra, destra, in cerchio, in tondo, in diagonale. Per non parlare di mucche e pedoni. O carretti trainati a mano. Tutti sulle strade, anche quelle a scorrimento “””””veloce””””” (il numero di virgolette è intenzionale).
I pedoni attraversano i ogni dove, è una lotta continua per la sopravvivenza. Si sorpassano in spazi dove noi non infileremo neppure un filo di tela di ragno, eppure per qualche miracolo a me sconosciuto non si toccano mai. Ai lati delle strade trovi militari con mitragliatori che resistono stoicamente a un caldo che è devastante. Ogni tanto salta la corrente elettrica. E quando si forma un ingorgo, per percorrere dieci km puoi impiegare due ore. O quattro. O trenta minuti. Impossibile fare stime. L’enorme flusso di gente che imbocca queste strade piene di polvere e detriti d’ogni genere, mi fa pensare al fiume, uno dei luoghi sacri per eccellenza per gli indiani, forse non a caso.
E mentre ero venuto armato di pessime intenzione verso il mio team, mi accingo ad andarmene con una visione capovolta e ho chiesto loro scusa perché per mesi ho provato a chiedere loro l’impossibile. Un esempio? Pretendere puntualità svizzera a gente che per raggiungere il posto di lavoro prende un autobus che due volte su tre si pianta nel mezzo della strada e li costringe a proseguire a piedi. Per dodici km, mentre ci sono 42 gradi. Tanto per dirne una.
Su queste strade ogni giorno si riversa letteralmente un fiume di persone che si incammina, fianco a fianco, con ogni mezzo, ciascuno secondo le sue possibilità, ciascuno con la sua meta, incrociando i percorsi degli altri, suonando il clacson non per maledire ma per dire, dopotutto, ci sono anche io qui. Tutti concentrati nel rimanere vivi, nessuno ti guarda in tralice se hai una camicia, o una canottiera bucata, ma nemmeno un doppiopetto e la cravatta, o un abito egiziano, una tonaca da monaco buddista, la barba di un rabbino, la pelle gialla, nera, rossa o che so io.
E mi è venuto di pensare all’umanità, nel suo complesso, al suo fluire per le strade del tempo, forse dovrebbe prendere esempio dall’India. Camminare insieme, senza giudicare, come ho fatto io per mesi, smettere di giudicare, ma solo camminare, camminare insieme. Ché la vita a volte è solo un colpo di clacson. Un suono che vibra e dice al resto del fiume, io sono qua.
La cripta del Duomo di M., paesino adagiato sulla schiena di una collina delle Marche, era bassa, umida e fredda. Ci sono stato un decennio fa e ancora sento freddo e lezzo di muffa, se ci ripenso. Da secoli offre asilo ai morti. L’ultima (e prima) volta che la visitai, avvertii una singolare tensione, l’aria vibrava come se fosse stata scossa da una serie infinita di diapason il cui volume, per un qualche sortilegio, fosse stato fissato appena sopra l’udibilità umana.
La mano delle tenebre era passata, pennellata su pennellata, sopra ogni anfratto. Iscrizioni funerarie in latino erano dedicate a illustri sconosciuti. Ovunque volgessi lo sguardo, era un susseguirsi di lastre, mausolei e sepolcri, frammenti del passato scolpiti nella materia e consegnati a una storia senza date certe. Qualcuno (un atto vandalico?) aveva eliminato tutti i numeri romani, cancellando date di nascita e di morte, si notavano ancora i colpi di scalpello dove il marmo era più chiaro. Quell’atto era stato perpetrato con perseveranza diabolica: se non sai più quando un uomo è nato né quando è morto, può venirti il dubbio non sia mai esistito. Anche se, in fondo, come pure è stato già detto, tutto ciò che conta – sulla tua lapide – sta scritto in quel trattino in mezzo alle due date.
I soffitti a volta erano riempiti da un silenzio oppressivo, un silenzio dalle maglie così serrate che neppure il debole sciabordio della risacca custodito dalle conchiglie, sarebbe riuscito a passare.
Capitelli sobri e tozzi, rozzi e poveri, accumulavano da secoli strati di polveri. L’eleganza dei piani superiori lì sotto era inutile, intorno a me tutto era solo efficienza meccanica, tranne alcuni bassorilievi che si aprivano nel muro di ovest, quello che guardava verso le tenebre del giorno che muore ogni giorno: il primo a sinistra, raffigurava un toro e una vacca distesi, sopra di loro un sole e una luna con sei raggi ciascuno. Il secondo, raffigurava un triangolo sopra una croce. Il terzo e ultimo, raffigurava un cerchio sulla cui sommità si innestava una falce di luna, e alla cui base era disegnata, senza soluzione di continuità, una croce (luna, sole e terra, vi dice forse qualcosa, forse no). Non avevo bisogno che qualcuno mi spiegasse come mai fossero (fusi insieme) proprio su un muro esposto a ovest.
Mi sentivo con le spalle appoggiate all’infinito muro dell’aldilà, aspettando solo l’attimo in cui la morte me lo avrebbe fatto scavalcare.
I mattoni sbrecciati trasudavano, nelle fughe, liquami fetidi. Il muschio s’era fatto strada tra alcune crepe, macchiando di verde marcio il grigiore generale: tutto emanava mistero guasto in quell’antro che pareva scendere alle porte di Ade.
Il formidabile peso del duomo premeva verso il centro della terra ma incontrava la rigida solidità delle fondamenta, tese in una perpetua resistenza contro la gravità. Il principio di esclusione di Pauli era applicato con la rigidità tipica delle leggi di Dio: gli atomi della pietra di cui erano composte le fondamenta, pur essendo pieni di vuoto, non incrociavano mai le loro orbite con alcuno dei trilioni di atomi del sovrastante Duomo, che pure vorticavano a una distanza che, all’occhio umano, sembrava erroneamente zero. Per quanto infinitesima, una distanza tra le nostre mani e ciò che tocchiamo, esiste sempre. Sarà dura da digerire, ma anche del volto che accarezziamo con profondo amore, noi sentiamo solo la repulsione tra i nostri atomi e nulla più.
I costruttori non potevano avere cognizione della meccanica quantistica, a quell’epoca. Ma conoscevano la foggia dell’universo calcificata nella pietra. E, sulle loro cognizioni, avevano edificato un sapere concreto, che faceva prevalere la tecnica sull’idea.
La forza di quelle fondamenta, di tutte le fondamenta d’ogni edificio, è occulta, agisce nell’ombra senza tregua alcuna, senza scampo, nella profondità della terra. Per questo non mi scordo chi sono stato. Dove sono nato. Con chi sono cresciuto. Anche se sono cresciuto tra muschio, liquami e antri non meno grigi di quella cripta nelle Marche. Non mi scordo delle radici.