Quanto aveva ragione Kafka. I baci scritti vengono bevuti dai fantasmi. Il fantasma di chi legge, il fantasma di chi scrive. Tutti i baci di tutta la letteratura, dal bacio sulla fronte di Ettore che Priamo ha tanto agognato, a quello di Florentino Ariza che ha aspettato troppo a lungo, sono sorsi di fantasmi. Così, pure, le nostre lettere d’amore. Sia quelle che scriviamo con inchiostro e carta, sia quelle che affidiamo a un più prosaico messaggio telefonico, ma, in fondo, anche a quelle che scriviamo con le nostre azioni concrete. Le lettere che scriviamo andando a cena con una persona, regalandole dei fiori, coprendole le spalle con la coperta scivolata via durante una fredda notte.
Kafka diceva che una persona distante la puoi pensare, una vicina la puoi afferrare, il resto è alimento per fantasmi. Ma non lo è pure afferrare una persona fisicamente, un mero alimento per fantasmi? Cos’è un fantasma? L’ombra di una vita che fu, più o meno. E più ci penso, più mi convinco che l’amore è quell’ombra, l’impronta, il calco della vita.
L’amore che regaliamo è l’unica lettera che può alimentarci per quello che saremo: i fantasmi di domani.
Mi dispiace ma non posso tacere. Lo so, è una vicenda squallida, ma c’è qualcosa di profondamente sbagliato in come è nata, scoppiata, evoluta e (forse) finita questa storia. Nessun direttore di TG1 verrà a intervistarmi, quindi mi arrangio da solo con il blog famoso più sconosciuto di sempre, cioè il mio.
Sangiuliano – che culo, avere un cognome che comincia con “San” – è bruttino, grassoccio, bassoccio: avere un’amante bionda alta una spanna più di lui era inevitabile, quasi. Sangiuliano non era un santo, bensì un ministro della stracazzo di Republica Italiana. Ministro della CULTURA, la cultura di una delle culle della cultura. Ora, tutti i media si sono concentrati sulla vicenda (squallidissima) martellando sulla opportunità che i soldi pubblici vengano usati per fini scoperecci. Ma la mia attenzione invece si appunta su altro. Sia detto per inciso, mi fa ridere la tesi difensiva del Mini-me (non somiglia drasticamente a Dave, il minion di Cattivissimo-me?): usare la carta personale vuol dire che non si usano soldi pubblici. Ma dai? Dave può cortesemente mostrarci le richieste rimborso spese di rappresentanza dei mesi in cui pagava i biglietti alla sua sguinzia? Può anche confermare che sul suo conto corrente non ci siano soldi pubblici? Quindi, il suo stipendio glielo ha pagato, la banda bassotti?
Ecco su cosa si appunta la mia attenzione:
1) Ma nessuno ha commentato che il Ministro della stracazzo di CULTURA abbia scartato migliaia di CV con master, lauree multiple, trattati pubblicati all’estero, per puntare su una sgallettata che ha il sorriso di plastica e che ha come unico pregio la capigliatura? Non doveva essere QUESTO lo scandalo, al di là della sua relazione con la signorina-dama-di-bombei (ops, Pompei o bombai, o bombò)? Può seriamente il ministro della CULTURA italiana, cui appartengono nomi tipo Dante, Petrarca, Michelangelo, Manzoni, Gramsci, Pavarotti, Calvino, cioè… per dire, eh, può Egli pensare che i grandi Eventi debbano essere “consigliati” al governo da una sgallettata che fa l’influencer? Ammettiamo pure che non se la sia bombata, non doveva far scandalo il tentativo di affibbiare a una signora nessuno i GRANDI EVENTI culturali italiani? Non c’era nessuno di meglio nel panorama della cultura italiana?
2) I servizi segreti italiani chi li guida, Paperino? La dama di Pompei non è una spia del KGB, tantomeno un membro autorevole della CIA, non mi risulta appartenere ad Anonymus men che meno somiglia a Jason Bourne, ma è giustappunto una sguinzia de Pompei che frequenta lo stesso parrucchiere della pescivendola nonché fruttaiola più famosa d’Italia che vende Meloni (quella che ha Bocciato Sangiuliano), dico, e voi servizi segreti, lasciate che la dama de Pompei entri con una telecamera ACCESA e filmi ciò che succede nei palazzi del governo?
3) Ma lo sbrego che aveva Sangiuliano in testa nella famosa intervista cosa era? Aveva già le stimmate in anticipo sulla beatificazione? Secondo me la moglie ne sa qualcosa…
4) Non bisognava togliere solo il ministero a SantoGiuliano, ma la patria potestà su sé stesso. Quanto devi essere coglione per continuare a telefonare alla tua amante DOPO che lei ti ha sputtanato sul suo insta? Persino il prezzolatissimo direttore del Tg1 non s’è potuto esimere dal chiedergli perchè CAZZO (cazzo non l’ha detto, ma glielo si leggeva in faccia) l’ha chiamata ieri, dopo il polverone, questa bizzoca? E lui come difesa:
“L’ho chiamata per dirle di essere corretta e precisa nelle sue affermazioni”.
In pratica un pompiere (di Pompei…) che chiama un piromane e gli chiede di non lanciare sigarette accese dal finestrino.
Ai bordi orientali di Mauriac, un paesino con un pugno di abitanti nella regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi, si trova la basilica di Notre-Dame-des-Miracles. Mia madre mi ci portava molto più spesso di quanto potessi desiderare. Prendevamo in affitto una stanza presso una coppia di anziani in bolletta, abbandonati dai familiari e costretti a racimolare soldi acrobaticamente.
Dalla finestra sul retro, si apriva un campo incolto, quanto di più lontano si possa immaginare, che ne so, dai giardini all’inglese della Reggia di Caserta. Tutto era caos, dai fiori blu, alle margherite sparse senza alcun algoritmo geometrico, alle siepi incontrollate o alle recinzioni divelte. Al limitare ovest (me lo ricordo bene perché ci ho visto dei tramonti mozzafiato, tra gli spiragli stretti lasciati aperti dal cielo prima di dormire) s’ergeva, piuttosto solitaria, una casetta fiabesca. Ci vedevo spesso, sotto il piccolo porticato di legno, una bambina con 8 palloncini (gialli, arancioni, rossi e blu, perlopiù), sempre gli stessi, anche quando tornavo a distanza di mesi a sbirciare, nascosto dalle imposte ben sprangate. Un giorno, la salutai, agitando la mano e facendomi un coraggio notevole. Lei mi rispose. Raramente ho provato una gioia dello stesso candore. Però poi fui sopraffatto dai dubbi: e se stava salutando qualcuno alle mie spalle? Poteva mai essere che avesse salutato proprio me? Così la volta successiva mi sporsi proprio dalla finestra e mi sbracciai, salutandola, e lei in tutta risposta fece la ruota, poi sorrise, quindi scappò in casa. Cominciammo, così, in silenzio e senza mai avvicinarci, una “relazione a distanza”. Ogni volta che tornavo a Mauriac, correvo sul retro, aprivo la finestra e fissavo il limitare del campo, alla ricerca dei palloncini. Li portava legati a un filo e dovevano essere pieni di elio, perché si libravano una spanna sopra la sua testolina riccioluta. Erano la prima cosa di lei che vedevo, ogni volta. Col trascorrere del tempo, iniziammo a intensificare quei gesti, quindi iniziammo anche a urlarci un “ciao, come stai”. Sognavo che lei attraversasse quel campo e venisse a bussare alla mia porta. Non osavo sognare il viceversa, mi conoscevo fin troppo bene per sapere che mai e poi mai avrei trovato il coraggio di attraversare la terra e l’erba alta che ci divideva. Un giorno la incrociai nella cattedrale. Sua madre e la mia erano vicine all’altare, mentre noi ciondolavamo sul fondo della navata, vicini al portone per scappare via allo scattare dell’andate in pace. Lei si sedette sulle mie ginocchia. Il cuore stava per esplodermi letteralmente. Poi la messa finì, sua madre le fece un cenno, si alzò, mi fissò con gli occhi grandi, sorrise e andò via. Non credo di ricorrere a un eccesso di enfasi, se dico che è stata la relazione più pura che abbia mai avuto. E mi fa un certo effetto averla messa per iscritto oggi, per la prima volta a distanza di non so più quanti anni.
Mi riesce incredibile crederlo, nell’era dei social e dell’eterna connessione (si possono connettere anche disconnessioni, tutto sommato), mi riesce incredibile credere che un tempo si potesse instaurare un rapporto agitando la mano e lanciandosi sguardi attraverso un campo incolto, con frequenza semestrale. Eppure è quello che successe. Nessuno, almeno credo, ha mai saputo di questa relazione a distanza.
Uno specchio segreto, in cui a volte abbiamo visto troppo. A volte, troppo poco.
Assise sui torrioni della notte che sorge, imperiosa, dentro me, le stelle dei ricordi brillano al ritmo dell’universo, chiazze di luce invisibile fendono lo spazio senza interagire con il nulla – ferito – per carezzare le mie pupille e tornare indietro, e altrove. Rampicanti di rimpianti crescono in quel silenzio siderale e oscurano porzioni a sprazzi del vasto cielo, si nutrono delle rovine in cui ho ridotto milioni di possibilità, le città composte da questi brandelli di speranza scintillano nelle ombre fitte del fegato arrostito. Pesco una parola dal mare dentro, la osservo, così lucida d’acqua e sale, la scaglio lontano, rimbalza sulla superficie, schegge d’acqua (parole interrotte, parole monche, tronche, sbilenche) schizzano via come danni collaterali, un blaterare confuso come il vociare di persone su un’enorme spiaggia. La gente se ne va in ciabatte, ubriaca, in giro a portare la sua vita, scatta foto, registra video, s’indigna, s’affanna, studia, interviene, scrive, legge, fa l’amore e un sacco di rumore.
Siamo voci sulla spiaggia.
Voci di bagnanti che s’incrociano per caso, d’estate, sull’arenile, spogli come alberi.
Voci. Voci sulla spiaggia. E i segreti sotterrati sotto i piedi.
Tempo fa (i droni di amazon e le auto a guida autonoma di Tesla esistevano solo nei sogni o negli incubi di qualcuno) con grande fanfara, fu annunciato l’avvio della costruzione di un acqua-park in un paesino sperduto nella campagna, a pochi minuti d’auto da casa mia. All’epoca ce la passavamo malaccio e un ingresso nel futuro acqua-park era il più proibito dei miei sogni. Andavo ogni settimana a controllare l’andamento dei lavori. Osservavo gli operai scavare lunghi solchi nel terreno per posizionarci dei tubi enormi, posizionare griglie di ferro su cui colavano cemento liquido dove credo ancora oggi ci siano le mie impronte, tagliare pezzi di ferro con il flex scatenando tempeste di scintille, saldare tubolari, rimuovere pietre e fissare telai di porte e finestre, le cabine, i bagni. Il cantiere era bagnato dalla luce del pomeriggio e scintillava, sembrava sorridermi con denti d’oro e d’argento, ogni chiodo era un diamante, ogni goccia d’acqua una stella pulsante di misteri profondi. Su quei mattoni appena posati, il mastice tra le fughe ancora fresco, i raggi impolverati del sole danzavano e scrivevano storie criptate. Tutto trasudava radioso futuro.
Il giorno dell’inaugurazione, sentii mio padre, tra le scariche elettrostatiche di una telefonata intercontinentale, promettermi solennemente che al suo rientro mi avrebbe portato all’acqua-park. Mandai un bacio ai tralicci della corrente elettrica, convinto (a torto, ma tant’è) che fossero quelli i benedetti fili del telefono che avevano trasportato la voce di mio padre fino a me, con la sua promessa baritona. Se chiudevo gli occhi potevo sentire l’odore di tabacco e Peroni, vedere la sua bianca canottiera slabbrata, i peli sulle sue gambe storte.
Non sono mai andato all’acqua-park, fallito dopo pochi anni. Ci sono tornato quando tutto era in rovina. Fisicamente, non era molto diverso dal cantiere in costruzione. Però, non c’era più alcuna promessa scritta sui muri, la direzione del luogo era invertita, i ciuffi d’erba incontrollati, i rifiuti impolverati, i cocci di vetri e le recinzioni divelte puntavano dritto al degrado. La luce del luogo era cambiata.
Non c’era più la luce del domani. Quello scintillio che vedi negli occhi dei bambini. E di quei grandi che in punto di morte, per dirla con Vecchioni, piantano un ulivo convinti ancora di vederlo fiorire.
Ho ancora una cosa da dire a quel ragazzo che sognava di entrare nel parco.
Alberi secolari sfidano il peso dell’aria e la forza di gravità, sin da quando hanno cominciato a crescere da semi addormentati nei loro misteriosi letti terrosi. Le radici sono saldamente abbarbicate alle pietre che scendono in verticale, dritto verso il turchese del mare. I due golfi fanno capolino tra strisce sottili di nubi basse e luminose. Alle mie spalle il monastero è chiuso nel silenzio, i grilli sembrano pregare di nascosto, emettono onde sonore senza essere visti, come il mare nelle notti senza luna. Il caldo è da bolgia dantesca, fiumi di lava invisibile solcano il cielo e mi incollano la maglietta al petto e sulla schiena. Agosto è un mese strano. È tempo di raccolto, di aratri nella maggese, fermi, le spighe di grano ormai bruciate, sopravvissute alla falce.
Stiamo tutti fermi nel mezzo del campo sterminato che è l’esistenza, convinti nel profondo delle viscere che per noi quell’aratro potrebbe non passare mai.
Rivolgo una preghiera ad una Madonna di calce che accoglie i visitatori nel centro dello spazio antistante gli alberi. Ringrazio per la meraviglia. Per la salute. Per la pace e la quiete che diamo per scontate e che, invece, scontate non lo sono affatto. Ringrazio per questo tratto della mia vita in cui le tempeste sembrano essersi dissolte dietro le cime lontane. Per i tratti celestiali della costa sorrentina. Per gli Spaghetti alla Nerano, la provola affumicata e i taralli alle mandorle. E il buon vino.
Non lo so perché sono nato, perché sto vivendo, né dove mi porterà il mio prossimo respiro.
Accolgo le onde che si infrangono a riva, ascolto la musica dei sassolini trascinati sulla battigia in un eterno andirivieni, penso a tutto lo spazio che hanno attraversato prima di svanire in bianca spuma, filtrando tra gli stretti spazi dell’acciottolato. Forse la settima onda che ho visto stasera era partita dall’altro lato del continente. Poi mi correggo. Dicono che l’acqua non viaggi, in realtà, con le onde. È l’energia (talvolta la forza del vento, talaltra l’attrazione della Luna: quanto è romantico, Dio?) è l’energia che fa innalzare singole colonne di acqua in verticale, spalla a spalla, una dopo l’altra, come la OLA sugli spalti o come tessere di un domino capovolto. Solo l’energia attraversa il mare da sponda a sponda. Così i tuoi pensieri mi colpiscono, migranti quanti di energia che hanno intrapreso un viaggio lungo la superficie increspata del mare profondo che ci divide: il tempo e il tempio del silenzio.
Trafitto dalla meraviglia, osservo il Vesuvio e una nuvola che si camuffa da pennacchio, le scie delle barche in viaggio sono code di comete bagnate nel tramonto, costoni severi di roccia ospitano paesi abbarbicati alle pendici di sogni infranti. Il profumo degli agrumi è una carezza alle narici e una macchina del tempo, ora sono in giardino e mia madre si affaccia al balcone per dirmi che è pronto, io sono appollaiato sul mio albero, un arancio in fiore dove cerco di temperare un ramo. Abbiamo uno sfratto sulla testa e in segno di protesta disegno un enorme murales sotto il balcone dove mia madre ancora si sgola. Ritrae il padrone di casa, un sudafricano grasso come un pinguino, steso sul ring, accanto a lui Mike Tyson con i guantoni levati in alto. Ora stiamo traslocando, io e mio fratello ci alterniamo alla guida di un camioncino sgangherato, i mobili sulle spalle, le scale alte come montagne, tutto quel sudore. Le voci dei bambini si levano alte sopra questi anni e tornano a dirmi che c’è sempre futuro. Giochiamo a pallone, zaini come pali. Nei vicoli l’acqua scorre e scende saltando i gradini. La Luna scintilla sopra i tetti dei palazzi, io mi muovo tra le ombre e cammino senza una meta ben precisa. Poi tutto il tempo viene risucchiato in un vortice, ed eccomi qui a decine di anni di distanza.
Alzo gli occhi al vulcano che ho davanti. E a quello ancora più grande che ho dentro. Un passerotto frulla le sue ali e sembra salutarmi prima di perdersi tra i rami.
Ha il sapore di un semplice caffè, la mia felicità.
Era primavera e l’acqua ruggiva tra letti scoscesi. Io cercavo invano di attribuire forma geometrica ad un semplice sasso e poi al frutto maturo. Padre Tempo aveva innalzato le sue preghiere sull’altare della decomposizione, mutando il cerchio e spezzando la sua linea infinita. I diamanti sparsi dal sole sulla rugiada ammiccavano a Frate Vento, attirandolo in eterne trappole e innalzando la sua voce a ruggito d’animale. Spuma di luna sparsa comparve all’improvviso sul telo azzurro del cielo diurno, benché Ella preferisca la notte per palesarsi, quando ruba meglio luce a sua Eminenza il Sole e gli occhi delle persone sono più attenti e più aperti come obiettivi dal diaframma basso, non disdegna di fare capolino tra i seni dei monti, escrescenze create da pugni stizziti di madre Terra. Presi a risalire la corrente di un torrente nuotando con fatica, la gravità tramava alle mie spalle e due impostori travestiti da donna, insicurezza e dubbio, si allearono con lei per vedermi rovinare a valle. Una donna si arrese ai capricci della bimba, chinando il capo come pianta troppo piena di pomodori senza stecca, pensai fosse sul punto di spezzarsi e spargere la sua clorofilla a terra. È così bello il vaso l’attimo che precede la sua rottura, quando è insieme intero e in cocci. Il suo nome era democrazia. Aveva sempre predicato il diritto di parola per tutti che finì per negarlo prima a nessuno, poi proprio a tutti. Non è il destino di ogni uomo, essere libero nella prigione? Tiranni sottomessi, pazzi logici, atei religiosi.Vivi e morti. Si stringono tutti insieme la mano in cerchio e si scambiano il segno perduto che nessuno vede. Scoccata è l’ora di ritrovarlo per mano di un bambino che cresce tanto più quanto ha saputo non diventare mai adulto come un uomo.