Mi è tornato in mente il GIORNO DEI COLLOQUI.
Neppure la merda puzza di merda quanto il giorno dei colloqui puzza di merda. Non c’è una legge che vieti a un povero supplente di dover presenziare ai colloqui anche se ha preso uno spezzone di supplenza da due giorni e non ha la più pallida idea di come vadano i suoi alunni. L’unica legge è quella di Murphy secondo cui se qualcosa deve andare di merda, andrà di merdone farcito maremma impestata maiala! Fu così che mi trovai ad affrontare i colloqui di fine primo quadrimestre a una Terza Elementare che conoscevo da una settimana. Sostituivo matematica ed ero succube di quella di Italiano, che tipo è una sorta di regina alle scuole elementari, a mo’ di regina di Alice, quella che taglia teste e organizza feste, distribuisce orari, decide pure chi deve sostituire dove, come, perché e ti rompe il cazzo pure su come ti soffi il naso e non disdegna di farti lezioni su come si fa lezione davanti ai tuoi alunni (sì, sarai supplente, pure per un’ora, ma in quell’ora li senti “tuoi”). Inutile che i miei esimi colleghi di matematica si sbattano, italiano la comanda e questo è tutto quanto ho da dire sulla faccenda.
Caso umano n. 1: “Professore, perché mio figlio deve avere il PDP (piano didattico personalizzato), non è mica scemo?”
No, è strunz, avrei voluto dire, ma dissi:
“Signora, non conta”.
“Come non conta, lo dice lei, è importantissimo invece”.
“No, intendo non conta, non va da uno a quattro senza passare per il dieci, se intende”.
“Ma chi?”
“Suo figlio, signora, suo figlio”.
“Ah non conta! Siamo alle solite, l’italietta della gente che conta, eh, magari Pampinelli de Bortolasi in Vacche Strane e Non, il nobile dei miei coglioni invece sì”.
“Signora, intendo dire che suo figlio non riesce a contare, se gli chiedo di scrivere i numeri da uno a tre, mi ritrovo 1, 8, 0 e 4. Non credo sia normale”.
“Ah quindi per lei mio figlio non è normale, e cosa è normale?”
“Scusi signora i suoi dieci minuti sono finiti, magari facciamo un colloquio intrasettimanale, eh. IL PROSSIMO”.
“Buongiorno, maestro lei esce il venerdì alla urdima ora, vero?”
“Senzadubbiamente, sì, sono di turno all’ultima ora”.
“Se ci allungo una dieci eura putisseve per la cortesia scampanellare ticiamo una ventina di minuta primma?”
“Scusi, non ho capito?”
“Se puteva scampanellare, inzomma falli auscire una ventina di minuta prima che io ci ho la estetista ciusto alle cinqua e non faccio in tempa”.
“No, signora, a parte che non sono io a suonare la campanella, ma non possiamo far uscire la classe venti minuti prima, la sua estetista dovrà aspettare”.
“Eh u cazz, maè, chella tiene lo sconta del venta percenta a chell’ora, sì nun la fai uscire prima a figliema io te la lascio qua e me la venga a prendere dopa. Ma tu vir a stu strunz”, gira i tacchi e porta il suo culo formato mongolfiera fuori dall’aula.
“Buona sera maestro, noi abbiamo un problema”.
“Buona sera signora, dica”
“In primis, vorrei informazioni scritte sulla programmazione, non è possibile che ci teniate all’oscuro dei progressi, quali sono i ritmi di apprendimento della classe? Mi spiega perché in terza A usano i tablet anche per religione e noi invece solo per laboratorio di tecnica? Vorrei poi sapere perché non sono partiti i laboratori per ginnastica, teatro, coding e sarcazzing? I maestri l’anno scorso li facevano partire e poi il clima in classe è africano, abbassiamo i termosifoni, la co2 la dichiarate? Son tre mesi che aspetto una risposta alla mia email in cui chiedevo di avere i nomi dei fornitori di acqua, carta, zucchero nelle macchinette del caffè…”
“Ma suo figlio mica prende il caffè?” è l’unica obiezione che ergo come solitaria diga al fiume in piena che ho davanti.
“Perché mio figlio ha preso Base per un esercizio con quattro errori, mentre Tania, che lo sappiamo che è la sua cocca, ha preso Intermedio e di errori ne ha fatti cinque? Eh? Ho lo screenshot dell’esercizio che ha mandato sua mamma nella chat delle mamme”
“Scusi la curiosità, perché mai la mamma di Tania ha mandato in chat l’esercizio?”
“Perché a sua volta si stava lamentando di Roberta che con cinque errori ha preso Avanzato”.
“E sempre solo per curiosità, perché lei non mi ha portato come esempio di lamentela Roberta?”
“Perché a me sta sul cazzo solo la mamma di Tania, maestro”.
“Stabbè, domani ci cambio il voto a sua figlia, contenta?”
“Eh no, non è giusto, deve abbassarlo a quell’altra, non alzarlo alla mia”.
“Severo ma onesto, stabbè”. Contenta tu, penso.
“Maè tenimm nu ploblema”.
“Dica, signora, siamo qui per questo”.
“Figliem’ parl o ttalian”.
“Oddio, e dove l’ha appresa questa lingua… ceppo barbaro? Aramaico? Ma mi dica di più, il talian non lo conosco, a dire il vero poi sarei di mat…”
“Ottalian maè, ma chist’ è surd?” fa rivolgendosi a quella di religione (i maestri sono sempre quelli della loro materia, non usiamo cognomi né nomi), che mi sussurra “Intende dire italiano”.
“Ah, parla italiano, embè, signo’, ndo’ sta il problema?”
“O’ piglian tutt’ ppe cul, maè, ma nun è manc chest, o ver ploblem è che sì chill parl ttalian o pigln p’ ricchion!”
“Signora cara, noi qui proponiamo l’inclusione”.
“Maè l’inculasione se vi piace a voi io non mi metto a giudicare, peccarità, j’ teng pure nu sacc e amic ricchion, io dico a casa toja te magn’ la minestra comm’ dici tu, però a figliem l’ata mparà o napulitan sinò o cagn scol”.
“Signora bella, io vorrei pure dargli ripetizioni di napoletano, ma insegno matematica”.
“E o putiv dic’ primma” e cambia fila scatenando le proteste degli altri genitori in fila, tutti in coda per parlare con LEI, la REGINA, quella di italiano.
Mi guardo la punta delle scarpe e penso ai gruppi watsup, al concorso, ai mesi di attesa, a NOIPA e al cedolino fantasma, al contratto che non viene registrato dalla stronza della segreteria che ci gode quando la gente va lì a dire che non arriva a fine mese e ha bisogno del suo stipendio, ai dispettucci tra colleghi, alle mamme incazzate per 1) un graffio, 2) l’ora di cortile in meno o in più, 3) il menu della mensa, 4) il peso dei libri, 5) i troppi compiti, 6) i pochi compiti, 7) i troppi supplenti, 8) gli elenchi numerati.
Mi guardo la punta delle scarpe scollate e penso, non me lo merito.