Mio padre ha inferto ferite profonde a mia madre. L’ha tradita, l’ha abbandonata tra i debiti, è tornato quando non aveva soldi, aggravando ancor di più il bilancio familiare, poi è andato via di nuovo. E nel tradire ha compiuto bassezze che non mi va di raccontare, ma che hanno reso i suoi tradimenti molto più che scappatelle, veri oltraggi.
Mentre le persone intorno riempivano mia madre di elogi e ne riconoscevano l’indiscutibile forza d’animo, lui l’ha sempre sminuita. L’esempio più fulgido me lo raccontava sempre mia madre: il direttore di una fabbrica un giorno propose di affidare a mia madre la squadra delle pulizie. Mio padre rispose che ci voleva una persona con polso di ferro per assumere quel ruolo. E il direttore ribatté: “A me pare che sua moglie di polso ne abbia da vendere”.
Mia madre non s’è mai seduta accanto a me per spiegarmi la vita. Niente consigli, niente proclami, nessun insegnamento orale. Ma quanto mi ha insegnato con la sua vita. Un esempio così alto che io non sono mai stato in grado di seguire nelle sue mille sfumature, nelle sue estremità di generosità ultraterrena. Un esempio chiarirà cosa voglio dire.
Anni fa mio padre perse il lavoro. Era ormai vecchio e nessuno lo voleva più. Ha sempre svolto lavori da free-lance e non s’è mai pagato un giorno di contributi. Sicché, sull’orlo della vecchiaia, era rimasto senza soldi, senza prospettive di pensione, e pure senza salute. Un tumore alla prostata e una diagnosi di Alzheimer. Lontano migliaia di kilometri dall’Italia, mio padre in preda alla disperazione chiamò sua sorella per chiedere asilo. Una porta chiusa in faccia fu la risposta. Del resto chi semina vento…
Provò col fratello e anche lì si vide sbattere la porta in faccia, senza ritegno. Non poteva chiamare mia madre, non dopo tutto quello che le aveva fatto in quarant’anni di vita. Quindi finì ospite da un cugino a Modena. Durò tre settimane. Alla quarta, mentre la sua malattia s’aggravava e il suo grado di autosufficienza scemava, mio cugino chiamò mia madre e l’avvisò che lo stava portando in un ospizio per persone poco abbienti.
Mia madre riunì me e mio fratello nella sua stanza da letto. Ce l’ho dipinta a fuoco nel legno della mia memoria: un cassettone che si ricordava la seconda guerra mondiale, con i piedi a forma di zampe d’animale mitico, il comodino con la foto del fratellino-angelo, una madonna sopra il letto di legno intarsiato, un armadio scuro con lo specchio al centro, la finestra con le tapparelle di plastica e il cordoncino di nylon per alzarle, un lampadario di cristallo, un cofanetto pieno di bigliettini coi pensierini sulla mamma, mio lavoro della terza elementare.
Ci fece sedere entrambi e lei rimase in piedi. Si rivolse a mio fratello.
“Tu quella casa che tieni, la devi affittare?”
“Certo, ma’.”
“Ci va tuo padre”.
“Non se ne parla proprio, ma sì ‘sciut’ pazz?”
“Ci va tuo padre. Ti paga. Ha la pensione sociale, gli ho fatto io le pratiche. Sta male. Non tiene a nessuno. Vuoi che qualcuno ci venga a chiamare perché lo vede fare la carità in mezzo alla via?”
“Ma hai capito che non si pulisce manco il culo da solo?”
“E noi gli troviamo qualcuno che glielo pulisce”.
La discussione andò avanti, io e mio fratello sollevammo un mare di obiezioni, ma lei fu irremovibile. Io mi proposi di pagare una badante. Mia madre rifiutò.
“Non se ne parla. Tuo padre ha la sua pensione e con quella deve pagare l’affitto a tuo fratello e la badante”.
“Ma chi diamine trovi che gli pulisca il culo per due lire”?
“Vieni con me” disse perentoria. Quello fu il giorno in cui ricevetti l’ennesimo profondo insegnamento da mia madre, senza che mi dicesse una sola parola.
Mi condusse in un paese che mi ricordava qualcosa. Tanti anni prima, lei aveva dato lavoro a molte donne, lavoro manuale da fare a casa. Entrammo in un portone di quelli antichi, con la corte interna e il ferro di cavallo ancora appeso all’ingresso, a scacciare il malocchio e la sfortuna.
Il pavimento era una gettata di cemento poroso, pieno di buche e crepe dove ciuffi coraggiosi d’erba spuntavano a sfidare il degrado. Un tubo perdeva gocce d’acqua, troppo poche per chiamare l’idraulico ma abbastanza da creare un rigagnolo maleodorante nel mezzo del cortile. Una madonna di gesso s’ergeva al centro, circondata da fiori di plastica e lumini a batterie.
Io ebbi letteralmente paura. Mi tenevo la tasca posteriore dei jeans dove avevo il portafogli. Tra le ombre del porticato, uomini di malaffare se ne stavano con una gamba piegata e il piede appoggiato al muro, l’intonaco un lontano ricordo, scritte sgrammaticate evaporate come le lattine aperte, lasciate in terra, bestemmie in sottofondo, rumori di ferri battuti e di lamenti, qualche canzone, qualche sospiro, una bestemmia.
Salimmo dei gradini di pietra macchiati dalle deiezioni dei piccioni, quindi entrammo in una casa senza porta. C’era solo una tendina di plastica a separare l’interno dall’esterno. Mi chiesi come potessero sopravvivere all’inverno. La risposta mi arrivò e mi fece tossire: avevano un braciere all’interno della stanza, le pareti annerite dal fumo. Una donna giaceva in un letto che occupava metà stanza, l’altra metà adibita a cucina.
Era una prostituta cui mia madre aveva dato lavoro. La referenza con cui trattò mia madre mi lasciò senza parole. Bruciava di tumore, nel suo letto. Aveva abbandonato le cure ed era solo in attesa che il suo periodo all’inferno avesse finalmente fine.
Strinse le mani di mia madre, che in tutta risposta si fece fuggire una delle pochissime lacrime che le ho mai visto versare. Mia madre le disse che era venuta ad offrirle un lavoro, con la voce che diceva “che peccato, troppo tardi”. Io, francamente, mi chiesi che motivo avesse di dirglielo.
La signora gridò il nome di sua nuora, che s’affacciò da uno stretto corridoio. Come ci raccontò lei, sua nuora e suo figlio s’erano sposati e lei, non potendo dar loro altro, s’era messa a dormire in cucina pur di far avere agli sposi la loro casa. Erano entrambi disoccupati. La signora ordinò a sua nuora di lavorare per mia madre, non le chiese neppure che tipo di lavoro fosse, le disse solo:
“Nenné, vid’ di nun me fa fà na figur’emmerd, la signora m’ha salvat’, quann’ nisciun’ me vulev’ dà a fatica, m’ha dat’ o’ ppan. Fa’ tutt’ chell’ ca te chied’ e nun t’azzardà a fiatà”. Poi si rivolse a me e disse:
“Mammet’ e’ na granda femmena. Che me racconti?”
Per sembrare all’altezza me ne uscii con una frase proprio da nerd:
“Lo sa, signora, che il suo nome fu trovato su un’antica tomba greca, il suo nome in realtà non era un nome, filoumena, c’era scritto su quella tomba, ma non era un nome, era un verbo”.
“E che diceva, stu’ verb’, guagliò?”
“Quel verbo significa lei che ama”.
La signora prese a ridere, poi la risata mutò in tosse e noi dovemmo andare.
La nuora obbedì e ha continuato ad obbedire anche quando sua suocera ebbe finalmente il meritato eterno riposo. Per una quantità irrisoria di soldi al mese, ha continuato a lavare mio padre e cucinargli. Non ha mai saltato un turno.
E di quel giorno a me è rimasto un bel souvenir, una matrioska, a dirla tutta, fatta di insegnamenti impartiti senza parole: non giudicare il prossimo, anche quando tutto sembra perduto, c’è sempre una soluzione, non avere pregiudizi, fai del bene che, anche a distanza di tempo, torna sempre, paga i tuoi debiti, non elemosinare ciò che puoi ottenere da te.
Un souvenir formato tir a centoventi all’ora.
Che ogni tanto mi travolge.


