
Io sole si alzò a fatica oltre la linea di tenebra che inghiottiva l’orizzonte. Sparse le sue braccia sui tetti, penetrò coi suoi raggi tutti i buchi d’alte reti per finire nella retina di un uomo affacciato alla finestra.
L’uomo rabbrividì al pensiero del sentiero ghiacciato che avrebbe dovuto affrontare di lì a pochi istanti. Chiuse il parka e scese in strada.
Gli occhi di Pechino gli furono subito addosso. Un ufficiale col cappotto lungo e delle scintillanti mostrine sulle spalle seguiva i suoi movimenti su un monitor in bianco e nero. Era rinchiuso in un cubicolo di ferro e vetro grande quanto una bara messa in verticale. Soffiava nelle mani nel tentativo di arginare il freddo.
L’uomo guardò dritto in una telecamera e parve leggere dentro l’ufficiale. Proseguì lungo la strada senza voltarsi ma con la netta sensazione di sguardi penetranti conficcati al centro delle sue spalle.
Lanciò un’occhiata di sfuggita ai palazzi bagnati dal fuoco pallido del sole, il glaucoma dell’inquinamento era un enorme velo che si frapponeva tra la realtà e gli occhi. Si chiese come si potesse vivere in quelle mandrie di torri di cemento, accatastate alla rinfusa sulla pelle cicatrizzata di una terra dura e gelida.
L’ufficiale impartì un comando secco alla radio. Un’auto senza targa sfrecciò tra i cordoli di cemento della pista ciclabile e il marciapiede, scatenando le proteste di una flottiglia di bici. C’era troppo traffico e gli ordini andavano eseguiti sempre, a ogni costo.
L’uomo era a un passo dall’aeroporto e cominciava a sentirsi in salvo. Non resistette più alla tentazione e cominciò a voltarsi indietro, temendo di perdere la sua Euridice.
Vide l’auto senza targa e capì che era diretta sulle sue ossa. Alzò il trolley e pensò a sua figlia che l’aspettava da due mesi. Non poteva deluderla. Cominciò a correre a perdifiato. Riuscì a fiondarsi oltre le porte scorrevoli dell’aeroporto un attimo prima che l’auto lo investisse. Ne scesero tre uomini in soprabito giallo.
L’uomo superò gli scanner e si fermò al controllo passaporti. Un funzionario guardò la foto sul documento, poi la tenne ad altezza degli occhi fissando l’uomo. Quindi gli restituì il documento e con modi bruschi gli fece cenno di passare oltre.
Salì la scaletta dell’aereo col cuore in gola. Si sedette in fretta al suo posto e allacciò la cintura prima ancora che il segnale luminoso si accendesse, come se ciò potesse accelerare la partenza.
Le operazioni di imbarco gli sembrarono durare in eterno. Dietro i vetri del lungo corridoio da cui era passato prima di prendere un autobus a due teste con cui era stato trasportato al velivolo, vide correre tre uomini. Il cuore gli balzò in gola. Il comandante annunciò all’equipaggio di prepararsi per il decollo. Il portellone si richiuse e cominciò il rullaggio.
L’uomo finalmente si rilassò sul sedile.
Dodici ore più tardi l’aereo atterrò. L’uomo era felice. Scese dalla scaletta e si bloccò quando lesse la scritta che campeggiava in alto sulla bassa costruzione di ferro e di cemento.
Aeroporto internazionale di Pechino.
